01/06/2008
Il giuramento dei disperati
Potrebbe sembrare la trama di un film di guerra. Di quelli che ti tengono incollato allo schermo, col fiato sospeso,in attesa che il bene trionfi sul male e che la Vittoria arrida ai giusti ma non lo è. E' la storia, terribile, amara, epica, eroica di 50 Uomini. Cinquanta uomini che la storia ha volutamente dimenticato ma si sa: la storia, quella con la "s" minuscola, è sempre scritta dai vincitori.
Non tentiate di dar loro un colore politico poichè l'unica divisa che vestirono fu quella da ufficiale del Regio Esercito Italiano e solo ad essa furono, fino alla fine, fedeli.
Nè rossi, nè neri, nè grigi... solo Uomini!
Le lunghe, terribili marce del Davai di funesta memoria, riportano alla mente di chi conosce la storia del corpo di spedizione italiano in Russia durante la seconda guerra mondiale, le atrocità che durante quelle marce furuno perpetrate ai danni dei prigionieri. Dove non riuscì il freddo delle temperature siberiane a decimare quel che restava del corpo di spedizione, pensarono gli aguzzini che, con un unico colpo alla nuca, abbattevano chiunque, stremato, cadesse al suolo.
Coloro che ebbero la ventura di giungere, dopo queste marce, nei vari lager sovietici, non erano più uomini ma l'ombra di se stessi.
Scrive Bruno Cecchini, prigioniero anch'egli nel famigerato campo 160 di Suzdal, nel suo " Memorie di un celoviek bersagliere":
"Un dì, non di festa ma qualunque, anche il c.b. (Celoviek Bersagliere) venne convocato alla Kommandantura. Ad attenderlo tre illustri personaggi: un russo noto non per le sue mongole sembianze ma per le sue mostrine azzurre (agenti dell'NKVD, l'attuale KGB); un Tizio che parlava in un italiano dialettale... un Caio impassibile, compunto, un non-parlatore nato..."
Ebbe inizio così il primo di una lunga serie di interrogatori!
In realtà cosa volevano quei tre? Volevano che il celoviek bersagliere firmasse un appello perchè i russi potessero cedere Trieste alla Jugoslavia di Tito, volevano che firmasse l'abiura al giuramento di fedeltà alla Patria e al Re per essere assimilato alla scuola sovietica in cambio della vita e della libertà".
"Tu non firmare, da? E tu non tornare in Italia."
"Fascist caput, niet firmare, niet Italia,capito?"
"Io non firmo proprio niente; niet, niet firmare, non firmo,capite?"
"Che pretese! Disse a sè stesso, ma a voce alta il celoviek bersagliere uscendo dalla Kommandantura. Pazienza diventare in un solo giorno bandito, invasore, fascista, capitalista, ma anche agente immobiliare di una intera città, questo è troppo anche in Russia! E quante firme sotto quell'assurdo e ridicolo appello!"
Fu così che i tre si convinsero che il celoviek bersagliere era un reazionario fascista!
Proprio non ci stava il prigioniero celoviek bersagliere a cedere pezzi d'Italia ai russi; a farsi dire cosa e come pensare; a farsi prendere anche l'anima.
Chissà se lo avranno capito mai cos'è veramente un ufficiale dei bersaglieri i cosacchi del Don.
E fu così che il celoviek bersagliere, che non volle firmare, firmò la sua condanna a morte.
"Nel vialetto, che familiarmente i celoviek chiamano "dei passi perduti", incontra, e non a caso, il colonnello comandante del Terzo: "Tenente, com'è andato il colloquio? E' stato duro?"
"Signor colonnello sa cosa volevano che firmassi? Pretendevano di farmi sottoscrivere un appello per dare Trieste a Tito, alla Jugoslavia, nient'altro. Soltanto Trieste ai compagni slavi; quisquilie, coserelle da poco; non Forlimpopoli, no, no, proprio Trieste. E quando, seccato, ho risposto loro che non firmavo un bel niente, sa,signor colonnello, cosa mi hanno risposto? Niente firmare, niente Italia; proprio così. Che vadano all'inferno tutti e tre:russi, mezzi russi e delatori".
"Tenente, resti per tutta la prigionia, e sempre, solo un ufficiale del Terzo... Comunque mi dia la mano, tenente; gliela stringo con affetto e orgoglio. E non si meravigli se prima o poi le chiederanno di vendere oltre Trieste, la nostra Italia, il corpo e l'anima, noi stessi."
"La vita nel lager si fa sempre più dura e ossessionante; la speranza ci lascia, la gente ha paura, la fede vacilla e gli ideali, i valori, la dignità, la legge sviliti e dimenticati. La resistenza a certi soprusi, a imposizioni folli, a lusinghe meschine sempre più debole e rara. Non parliamo poi del morale, che è a pezzi; della fame, che è tanta; della paura, che è grande.
Che si fa? Cosa possiamo fare? Chiese il celoviek bersagliere al suo compagno." Io ho già preso la mia decisione; decisione irremovibile, estremamente pericolosa, terribile anche, ma che mi sprona e mi dà pace alla mente e al cuore. Ascoltami bene, amico mio, e se riterrai di condividerla, dopo averci pensato e ripensato, me lo farai sapere; altrimenti dimentica tutto finchè saremo prigionieri. Si tratta di restare sempre e comunque, anche di fronte alla morte, soltanto fedeli alla nostra Patria e al giuramento fatto al Re, nient'altro; anche a costo di non uscire mai più da questo inferno. Per me solo il legittimo governo italiano può sciogliermi da quel giuramento fatto al termine della scuola ufficiali, nessun altro. Mai! Perciò niente nuovi giuramenti in terre straniere, tanto meno appelli per questo o per quello; niente altro di niente. Solo prigionieri e basta fino al nostro ritorno in Patria e con la nostra dignità immacolata, col nostro onore di soldati, fedeli fino alla morte alla nostra sacra promessa e al 3° Bersaglieri".
Quella notte il celoviek bersagliere non dormì affatto. Pensò e ripensò. La sera dopo incontrò, nel solito angolo buio del campo, l'amico e guardandolo in viso disse: "Solo prigioniero e basta, fino al nostro rientro in Patria o alla morte; lo giuro come ufficiale del Terzo davanti a te e al nostro Iddio, lo giuro".
Ancora uno sguardo negli occhi, un saluto militare, una lunga, forte stretta di mano e via con una incrollabile fede nel cuore, con un coraggio più grande, con la mente e l'anima in pace."
A quell'incontro altri ne seguirono, altri giuramenti, altre strette di mano.
Passarono i mesi, gli anni e si giunse alla fine della guerra. La tradotta che doveva riportare i prigionieri in Patria era lì davanti a loro che aspettavano tutti in fila l'appello per potervi salire. Ma... uno.. due... tre... cinquanta furono i nomi che vennero saltati nell'elenco, destinati a non fare mai più ritorno in Italia, condannati a morte in quell'inferno di ghiaccio.
Continua Cecchini: "Purtroppo tra coloro che così meschinamente sono stati puniti si notano i volti di nostri cari amici, considerati i duri del lager; quelli che mai sono scesi a compromessi con i russi e assimilati, che non hanno mai firmato niente di niente, che in tutto il periodo di detenzione mai hanno detto un si a nessuno. Altro che reazionari, altro che fascisti, o gentaglia misera e trista, migliori e peggiori compresi! Sono uomini, uomini veri quelli, fulgidi esempi di cittadini e di soldati che emergono dalla grigia uniformità e si elevano sulla massa indistinta e anonima; personaggi rari, inflessibili, integerrimi e incorruttibili, la cui regola di vita, immutabile da qualsiesi evento o contrarietà o sacrificio, è la dignità e l'onore, l'inviolabilità del prestigio della Patria,dell'Italia.
Eccoli i trattenuti; annota Storia vera, ricorda Madre Patria:
Clerici Ernesto, Baradel Giorgio, Guarnieri Pietro, Radaelli Mario, Camino Ugo, Chini Luigi, Moangone Orazio, Pontieri Salvatore, Bracci felice, Verrastro Vito, Girometta Carlo, Moccellin Mario, Fiaschi Sergio, Veliconia Sigfrido, D'Auria Michele, Boero Mario, Mangini Giovanni, Marabotto Giuseppe, Camerino Alberto, Corcione Domenico, TOTI ANTONIO, Sandali Rodolfo, Cecchini Bruno, Torriani Carlo, Bonadeo Agostino, Caneva Carlo, Giannone Mario, Naso Antonio, Barberino Romeo, Malgarini Disma, Bosello Mario, Capodaglio Vero, Caffi Francesco, Bertoli Corrado, Petillo Salvatore, La Martina Rosolino, Ebene Desiderio, Paolozzi Vittorio, Quarti Marino, Pignone Roberto, Ottavianelli Mario, Cupidi Walter, Fusco Massimo, Gherardini Gabriele, Lanza Dario, Malaguti Augusto, Fulgente Astro, Lionetti Carlo, Perra Aldo, De Felici Angelo.
Negli occhi di chi si accingeva a lasciare quell'inferno gioia immensa, felicità grande e un poco di tristezza per gli infelici compagni puniti che non sarebbero tornati in Italia con loro. Negli occhi di chi restava solo impassibilità glaciale, durezza e fierezza insieme. Nient'altro in verità, per la verità, nel rispetto dei vivi e nel sacro ricordo dei morti, nel linguaggio dei santi e in quello dei peccatori.
Un ufficiale del Terzo che partiva, prima di sparire dietro l'angolo del cortile gridò: "Arrivederci amici; se la fortuna ci consentirà di arrivare in Italia urleremo a tutti, grideremo ai quattro venti chi sono i rimasti, perchè vi hanno trattenuti, chi è stato a farvi restare; ve lo giuro, a nome di tutti noi e sul mio onore, ricordatelo".
Mantenne la promessa!
Tra i 50 irriducibili che non si piegarono mai e mai tradirono il giuramento di fedeltà alla Patria c'era ANTONIO TOTI, mio padre, nipote di Enrico Toti. La memoria di chi fu testimone oculare di quella immane tragedia ci ha tramandato che egli fu degno fino alla fine del nome che portava e che, emulo del suo antenato, lanciò il cuore e l'anima oltre la coltre di ghiaccio in nome dell'Italia.
"Io non firmo, io sono un ufficiale del Terzo Bersaglieri!"
50 celoviek...50 Uomini!
22:00 Scritto da: ice_tear | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | Tag: bersaglieri, giuramento, toti, prigionia, suzdal, celoviek, seconda guerra mondiale | OKNOtizie |
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28/05/2008
Quota 85
Ci sono luoghi che restano così, come isole solitarie nel mare della vita. Apparentemente immobili,come cristallizzati nel tempo, in tutto il loro maestoso e regale isolamento. La vita scorre come un fiume impetuoso,trascinando con sè memorie,ricordi,sentimenti,emozioni. Poi ad un tratto, eccole, le isole della memoria. Ti sentivi travolto, trascinato via dalla corrente con addosso la paura di chi è consapevole di perdere lungo il tragitto pezzi importanti di se stesso e poi, improvvisamente,come in un sogno notturno, ti ritrovi sull'isola della memoria e ti accorgi che ci sono luoghi capaci di restituirti l'anima,la tua storia,la tua umanità. A molti il nome di " quota 85" non dirà nulla. A molti riporterà alla mente scalate mai effettuate su improbabili cime himalayane ma Quota 85 non è questo. E' un'isola della memoria!
Quota 85 si trova a Monfalcone in provincia di Gorizia ed è una collina, una collina come tante altre che la circondano. E' lì che, durante la grande guerra, si svolse una delle più cruente battaglie per la liberazione dell'Italia dal dominio austro-ungarico. E' lì che tanti, tantissimi giovani italiani, lasciarono la loro vita per salire nel cielo degli Eroi.
E' lì che lasciarono i loro sogni,il loro amore per la Patria e l'onore di soldati.
Salendo lungo i sentieri che portano al sacrario, nella totale solitudine e nel silenzio che circonda uomini e cose,si avverte la presenza dell'anima del mondo. Un'anima silenziosa che solo attraverso il fruscio delle foglie degli alberi mosse dal vento fa sentire la sua voce.
E' come un sussurro,come un bisbiglio che, per chi sa e vuole ascoltare, racconta di uomini sofferenti, di gesti di fraterno amore. Si riesce quasi a percepire il rumore assordante delle granate, le urla dei combattenti,il loro strisciare tra le trincee mentre calpesti quella terra nella quale tanti bersaglieri, tanti fanti, versarono il loro sangue. Allora ti accorgi che, senza volerlo, stai camminando in punta di piedi con il fiato sospeso quasi a non voler intralciare, con la tua presenza, la scena.
Improvvisamente il silenzio!
Di fronte, sulla sommità della collina,tra una fila di alberi che stanno come verdi corazzieri sugli attenti, ecco...li vedi!
Uno di fronte all'altro, come due generali che si salutano silenziosamente dopo un'immane battaglia per rende omaggio l'uno alla grandezza dell'altro.
Ecco che improvvisamente ti senti fuori luogo, come chi, senza volerlo è stato catapultato in un istante nella stanza segreta di qualcuno e ne sta spiando, senza esser visto, la vita.
Si, è questa la sensazione che si ha quando si giunge in prossimità della radura dove sono, l'uno di fronte all'altra, il cippo commemorativo di Enrico Toti e, di fronte ad esso, la bandiera Italiana. Si guardano immobili ma improvvisamente sembrano prendere vita e allora immagini l'Uomo che, sugli attenti, saluta la Nazione per la quale volle donare la vita e, di fronte,tutto un popolo che saluta silenziosamente l'Uomo. Non c'è bisogno di parole!
Sei giunto al cospetto della Storia, ti senti piccolo e nello stesso tempo un'emozione ti assale e il cuore si riempie di meravigliato stupore nel sentir rivivere in sè, più forte che mai, tutto l'orgoglio di essere Italiano. Quell'orgoglio troppo spesso dimenticato, troppo spesso calpestato poichè non ha più memoria. Non ricorda più quanto sangue,quanta giovinezza, quante speranze sono state immolate perchè noi potessimo sentirci un giorno fieri di chiamarci Italiani e poterlo fare da uomini liberi.
Onore a tutti i caduti di Quota 85!
Onore a tutti i bersaglieri che spinti dal vento e sorretti dalle fiamme giunsero nel cielo degli Eroi correndo.
Onore a tutti i soldati di tutte le guerre.
Onore a chi non dimentica e costruisce per la Pace.
Onore a Voi, Uomini di ieri,che ci avete indicato la strada per poter essere degni di dirci Vostri figli.
A noi tutti il compito di non dimenticare e di far sì che il loro sacrificio non sia stato inutile.
11:45 Scritto da: ice_tear | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | Tag: i guerra mondiale, toti, monfalcone, carso, battaglie, quota 85 | OKNOtizie |
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27/04/2008
Ricordi I
Se rivado indietro ai miei primi, primissimi ricordi d'infanzia, due sono le immagini che mi vengono alla mente:La canzone del Piave e un cappello nero-piumato!
Ricordo mia nonna che, cullandomi sulle sue ginocchia mi raccontava le gesta di uomini valorosi i quali, a costo di terribili perdite, ricacciarono l'Austriaco dal suolo d'Italia durante la grande guerra. Con orgoglio e commozione mi narrava di Enrico Toti, cugino di mio nonno, MOVM, per il quale lei, insieme alle altre donne di famiglia, preparava gli indumenti da mandare al fronte. Sempre, alla fine dei suoi racconti, mi cantava la canzone del Piave e io rimanevo affascinata da quelle storie di gloria e di coraggio.
Il primo cappello piumato che vidi in vita mia fu quello di mio padre, ufficiale dei bersaglieri e reduce di Russia. Ricordo la sensazione delle mie manine di bimba che si perdevano tra quelle piume dai riflessi verde-azzurro. Mi piaceva toccarle! Allora ancora non sapevo che quelle piume avrebbero segnato così tanto la mia vita futura.
La prima volta che vidi tanti cappelli come quello di mio padre, tutti insieme, fu al primo raduno di reduci al quale i miei mi portarono. Di quel giorno ricordo l'atmosfera difficile da spiegare. Era come trovarsi in una grande famiglia piena d'amore e di ricordi. Uomini tra loro più che fratelli! Avevano condiviso l'inferno e dall'inferno erano usciti insieme. L'uno appoggiandosi al coraggio dell'altro avevano lottato non solo per la vita ma per la dignità che, gli orrori di una prigionia inumana, avevano tentato di portargli via. Difficile spiegare i loro occhi! Occhi che vagavano tra la folla che li circondava in cerca degli occhi del " fratello". Forse si sentivano ancora là, in mezzo alla steppa, e la paura di perdersi era ancora viva in loro. Forse, come qualcuno disse: "noi non siamo mai tornati!" Credo abbiano vissuto il resto dell'esistenza, sospesi tra il presente e il passato con il cuore vòlto all'amata Patria; alle famiglie; agli affetti più cari ma l'anima ancora lì...sulle sterminate distese di ghiaccio dove, impotenti, avevano lasciato i loro compagni morenti,trucidati dall'umana barbarie, e frammenti della loro giovinezza perduta.
Si celebrano gli eroi! Si innalzano monumenti al coraggio di chi fu decorato con la più alta onoreficenza militare ma, quanti eroi sono stati dimenticati? Quanti gesti di umana solidarietà la storia ha dimenticato?
Se ripercorro i miei ricordi mi rendo conto che tra i volti di quegli uomini per me più che zii, ce ne furono molti decorati con la Medaglia d'Oro al Valor Militare.
Facendo un piccolo, veloce conto, credo che intorno alla tavola che mia madre imbandiva quando si radunavano a casa mia, di medaglie d'oro ce ne fossero almeno 6 o 7. Un vero record!
01:15 Scritto da: ice_tear | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | Tag: guerra, toti, reduci, bersaglieri | OKNOtizie |
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