Si è molto parlato e ancora, giustamente, se ne parla, dei campi di sterminio nazisti e di tutte le atrocità in essi commesse. E' bene che la storia ci insegni e ci rammenti quali siano state le sofferenze alle quali esseri umani sottoposero altri esseri umani. Vorrei però che si ricordassero TUTTE le guerre e TUTTE le atrocità commesse da una parte e dall'altra. La storia a volte sembra colpita da una strana forma di amnesia, la si potrebbe chiamare "amnesia a chiazze", una sorta di strana malattia della quale si conosce l'origine ma non la cura. Si ricordano alcune cose a altre vengono condannate all'oblio. Ma i morti, il dolore, le atrocità, non hanno colore politico o non dovrebbero averlo. Rendiamo onore a TUTTI i caduti, a TUTTI coloro che, senza colpa alcuna, furono mandati al martirio e condannati a sofferenze senza pari. Ricordiamo TUTTI coloro che sopravvissero, condannati a vivere per sempre portando nell'anima il ricordo di quelle atroci sofferenze.
Tenente medico Enrico Reginato, medaglia d'oro al V.M. Battaglione Sciatori Monte Cervino, Corpo d'Armata Alpino: 'Io non ero presente alla giornata e alla battaglia di Nikolajewka; ero già, da tempo, in prigionia in mano dei russi. Ma appunto per ciò fui testimone delle estreme conseguenze della ritirata degli alpini (e di tutta l'armata italiana) in quell'inverno 1942-43, quando a conclusione della ritirata stessa per molte decine di migliaia di italiani si apri l'appendice e il periodo della prigionia russa. Sono stato testimone delle sofferenze che prolungarono a innumerevoli alpini le sofferenze della ritirata: gli innumerevoli e quasi sempre mortali patimenti di quanti fra gli alpini non riuscirono a varcare il cancello di libertà di Nikolajewka. Da allora penso che ritirata e prigionia costituirono un tutt'uno, la completezza di un calvario cosi irto di dolori e cosi prolungato nel tempo e nell'infinita varietà di patimenti da non consentire alla mente umana di concepirlo. Io ho visto soffrire e morire, in modo inenarrabile, e ne do qui inadeguata testimonianza, affinchè il ricordo appassionato almeno permanga e sia di insegnamento al giorno d'oggi, e tutto sia fatto nel campo della dignità e della tutela dell'uomo al fine di tenere lontana la gioventù attuale dal ripetersi dei patimenti allora sofferti dagli alpini, e da quanti ebbero la suprema sventura di cadere in una prigionia quale fu quella che subimmo in mano dei russi. Abbiamo visto colonne di prigionieri sospinti per giorni e settimane da urli, spari e percosse andar sempre più assottigliandosi perché chi non si reggeva per la stanchezza veniva finito con le armi. Abbiamo sentito levarsi invocazioni disperate 'dottore aiutami, non ne posso più', ma anche i dottori non ne potevano più; si coprivano le orecchie con le mani per non udire quelle voci e in quell'istante avrebbero voluto morire per non sentire scaricare le armi sul caduto. Abbiamo visto le strade segnate da cadaveri che genti e corvi profanavano: le prime per recuperare le vesti, i secondi per sfamarsi. Abbiamo assistito a spogliazioni di scarpe, di vesti, di oggetti di ogni genere, appartenenti a uomini sfiniti che non potevano reagire di fronte alla violenza. Abbiamo visto uomini disperati per fame tentare di eluderela sorveglianza per cercare del cibo, e venir abbattuti come cani. Abbiamo visto esseri umani abbrutirsi per l'infinita stanchezza, un'umanità degradata nella quale pochi si sentivano ancora fratelli al vicino o sentivano ancora pietà per il debole o il morente. Lo spirito di cameratismo che aveva legato, un tempo, i combattenti tra loro, sembrava finito con l'abbandono delle armi. Abbiamo visto entrare in campi di raccolta migliaia di uomini di molteplici nazionalità e uscirne vive poche centinaia nel breve arco di tempo di 30 giorni e, in quei trenta giorni, il dolore toccare il vertice dell'inumano. I ricoveri, esposti ai rigori del clima, erano gremiti fino all'inverosimile di uomini doloranti: l'odore acre della cancrena ristagnava ovunque; la fame distruggeva i corpi, la dissenteria completava l'opera di disfacimento di esseri umani martoriati da fame e sete e da parassiti che brulicavano nelle barbe incolte e sotto le vestì sudice e lacere. Un buio tragico e ossessionante scendeva su questi orrori fin dalle prime ore della sera, interrotto ogni tanto da torce agitate da figure umane urlanti che prelevavano uomini per il lavoro; poi tornava un cupo silenzio dì morte interrotto da grida di dolore, da gemiti, da invocazioni pronunciate nelle più diverse lingue, da preghiere elevate al cielo ad alta voce da qualche cappellano. Abbiamo visto uomini diventare, per fame, feroci come lupi. Alle prime distribuzioni di cibo, come colti da improvvisa follia, spettri umani si levavano e si precipitavano urlando e schiacciandosi, rovesciando a terra ogni cosa, buttandosi al suolo per succhiare il fango impastato con il cibo sparso. Guardiani armati di spranghe di ferro dovevano far scorta al pane per difenderlo dai branchi di uomini in agguato che si avventavano per impossessarsene. Finalmente vennero convogli ferroviari a caricare e portare altrove questo resto di umanità carica di dolore e di parassiti: i convogli scaricavano i superstiti in altri campi che li accoglievano per rigettarli in fosse comuni; in essi li attendeva non la salvezza, ma il tifo, la tubercolosi, la difterite, la pellagra e ogni altro male. I lazzaretti (cosi venivano chiamati i luoghi dove si moriva], erano uno spettacolo drammatico e straziante; corpi discesi su pancacci di legno o sulla nuda terra si sfasciavano per morbi sconosciuti. La morte passava come un'ombra senza requie: ogni giorno volti nuovi, nuove sofferenze; cervelli sconvolti dalla pazzia, deliri, dissenterie, arti deformati dagli edemi, ferite corrose dalla cancrena. I medici e i sanitari si trascinavano fra quegli infelici fintanto che il male portasse via anche loro. Ricorderò per sempre che un giorno, in un campo di concentramento, durante l'infuriare di una epidemia che giorno e notte mieteva innumerevoli vite umane, mi si avvicinò un giovane ufficiale medico austriaco, che parlava correntemente l'italiano. Egli mi espresse il desiderio di uscire dalla zona non infetta del campo per assistere gli ammalati, quasi tutti italiani. Lo sconsigliai per il grande pericolo al quale si esponeva; ma insistette con queste parole: 'Collega, la prego, io non voglio perdere questa grande occasione di essere medico e cristiano'. Profuse generosamente la sua arte e le sue energie per i contagiati; contagiato lui stesso, non trovò più in sé la forza di vincere il male che con parole semplici e grandi si era prefisso di combattere. Si spense con la serena dolcezza di chi è consapevole di non aver perduto né di fronte a Dio né di fronte agli uomini la grande occasione. Era difficile fare il medico, in quelle circostanze. I medicinali scarseggiavano, le poche fiale di analettici, per lo più canfora, dovevano essere utilizzate solo nei casi estremi. Bisognava dosare tutti i farmaci con assoluta parsimonia, valutare lo stato di gravita di ciascun malato, decidere chi doveva avere la precedenza, stabilire una inutile graduatoria e talvolta si trattava di scegliere tra un paziente che invocava il medico nella sua stessa lingua e un altro sconosciuto figlio di Dio. I superstiti di tutti questi mali, uscirono dai lazzaretti con passi incerti e vacillanti. Quelli che alcuni mesi prima erano soldati pieni di vitalità e comandanti autorevoli, apparivano scheletri tenuti assieme da pelle ruvida e squamosa. Le fisionomie erano irriconoscibili; i capelli aridi, incanutiti; gli occhi immersi nelle occhiaie profonde; la cute del viso raggrinzita in minime rughe, il sorriso una smorfia che lentamente si ricomponeva; i denti vacillanti su gengive brune e sanguinanti, le unghie delle mani e dei piedi segnate da un solco trasversale che pareva segnasse l'inizio della sofferenza. Molti avevano perduto fino al 40-50% del loro peso; attoniti, assenti, dovevano pensare a lungo prima di ricordare il loro nome; sembravano esseri spettrali usciti da un mondo irreale, insofferenti ed indifferenti a tutto che non fosse la distribuzione del cibo. I mesi, gli anni di detenzione, non furono che tappe di un lungo calvario di rovina e di morte. Morte per esaurimento fisico, per interminabili marce, per i colpi spietati degli uomini di scorta, per epidemie incontrollabili, per inanizione. I superstiti, smarriti dal crollo repentino di ogni illusione, tormentati dalla fame, dalla miseria, dalla paura, rimasero, costretti ai più duri lavori, per anni in balia del nemico, il quale, con abilità e perseveranza, cercò di catturarne anche l'anima ed imporre la propria ideologia. I detentori che avevano i corpi di quei vinti volevano il trofeo delle loro anime per vincerli due volte usando l'arma della propaganda e del ricatto: 'tu devi cambiare opinione altrimenti non rivedrai né la patria né la madre, né la sposa e i figli'. Questo fu l'infame ricatto: cedere dignità, coscienza e fede in cambio di ciò cui i prigionieri avevano diritto senza concessioni e senza compromessi. Finalmente, un giorno arrivò un ordine nei campi: i prigionieri non dovevano più morire; i medici dovevano attenersi ad esso sotto minaccia di gravi punizioni. Che cosa significava questa nuova disposizione? Invero la morte non si lascia impartire comandi. L'ordine voleva dire semplicemente che le restrizioni che determinavano la morte dei prigionieri dovevano cessare. Venne, allora, concesso un miglioramento di vitto, modesto ma pure essenziale; vennero presi provvedimenti che crearono condizioni possibili di vita, la lotta contro i parassiti si fece efficace, i medici trovarono meno arduo il loro lavoro disponendo di una quantità maggiore di mezzi, in ambienti più igienici ed adeguati. Ciò bastò per notare nei prigionieri una lenta ripresa delle forze, un miglioramento progressivo dei rapporti sociali, un ritrovamento di dignità e coscienza, un albeggiare di nuove speranze. Si riallacciarono vecchie amicizie, si riprese man mano a pensare, a parlare, a pregare, a confidarsi, a sperare, a credere nella salvezza. Ma ciò fu raggiunto quando già da tempo le fiamme della guerra si erano spente e nel resto del mondo iniziava, con la pace, una lenta resurrezione'. (da 'Nikolajewka : c'ero anch'io, pag.650-653).
Ho ritrovato, tra le tante fotografie di famiglia, una che un giorno forse pubblicherò per il suo valore storico, morale, umano.
Raduno nazionale degli ex prigionieri reduci di Russia.
Ad un tavolo sono seduti mio padre e mia madre sorridenti, alle loro spalle, chinati verso di loro quasi per circondarli in un comune abbraccio tre compagni di prigionia: Don Giovanni Brevi, MOVM 12 anni di prigionia in siberia; Gen.Enrico Reginato MOVM 12 anni di prigionia in siberia; Don Enelio Franzoni MOVM rientrato nel 1946 con mio padre. Tre medaglie d'oro al valor militare che stringono in un unico abbraccio il loro compagno più giovane. Mi guardano da quella foto e mi sorridono tutti. Sono i sopravvissuti dei Lager russi. Sono gli "zii" della mia fanciullezza. Sono la Storia che, attraverso i loro visi sorridenti, ci insegna che non c'è orrore, non c'è sofferenza, non c'è supplizio che non possa essere vinto con le armi della Fede, della Speranza e dell'Amore fraterno.