04/04/2009
La strage dimenticata...
Caro/a Gael,ecco a cosa si riferiva la "prima" alla quale sono stata invitata giovedì sera. La prima del film "Katyn". Presenti il console onorario polacco,il vice ambasciatore polacco in Italia,alti rappresentati delle forze armate. Il film tratta la storia dell'eccidio di 20.000 ufficiali polacchi da parte dei russi durante il secondo conflitto mondiale. Cosa strana,vedere questo film in Italia è quasi impossibile. Ce ne sono in giro pochissime copie. Invito tutti quelli che riusciranno a trovare una sala che lo proietti ad andarlo a vedere. E' un pugno nello stomaco ma non credo sia giusto dimenticare episodi così importanti e tragici della storia recente,così come non sarebbe giusto dimenticare l'Olocausto.
18/09/2008
Nastàssja
"Anche quella mattina di metà gennaio del '42,come succedeva nei giorni in cui le condizioni atmosferiche lo permettevano,camminavo in circolo,nel quadrato assegnatoci del piazzale della prigione,assieme ai miei compagni di cella.
Il freddo,mitigato da un'aria secca,non era così intenso come mi sarei aspettato guardando il termometro,sotto il porticato,che segnava i meno 30 gradi;era un clima che poteva essere sopportato anche indossando abiti non proprio adatti.
A delimitare i confini della prigione non vi era alcuno steccato,palizzata o muro,ma solo delle basse reti sostenute da pali in legno quali da noi si usano per delimitare campi o giardini.
Le guardie,armate,erano poche e generalmente restavano a sorvegliarci da sotto il porticato.A scoraggiare qualsiasi fuga non era certo la modesta recinzione;tutto era una distesa piatta di neve. Non si vedeva il tetto di una casa neppure all'orizzonte. Qualsiasi cosa si fosse mossa su quel manto bianco sarebbe stata perfettamente visibile. Uno spazio di quel grande piazzale,prospiciente alla foresta,era stato suddiviso in sei piccoli lotti di forma quadrata,tra di loro confinanti,i cui limiti geometrici erano segnati da una serie di bassi pali infissi nel terreno. In uno di questi lotti passeggiavano lentamente,a testa bassa,una quindicina di prigionieri politici anziani.
Una guardia ci fece cenno di tornare;l'"ora d'aria" era finita. Rientrando nell'edificio,quella mattina,fui accolto da voci e rumori inconsueti. Percorsi il corridoio;le porte delle celle erano tutte spalancate. Sul pavimento di queste era stata sparsa della paglia in abbondanza. Dentro c'erano delle donne,dei bambini,dei vecchi.
Molti bambini erano piccoli,in collo alle loro madri;qualche neonato piangeva reclamando il latte. Altri bambini,più grandicelli,se ne stavano in silenzio accovacciati accanto ad una donna o ad un'anziano.
Era una popolazione avvilita,triste,ormai distrutta e divisa. Seppi trattarsi di familiari di deportati politici. Erano persone rassegnate ormai al peggio;di tutte le età,dal neonato al vecchio di ottant'anni. Quella notte non riuscii a dormire;nel corridoio,tra le celle,echeggiava,ossessionante,il pianto dei bambini associato a voci di donna,talora lamentose,tal'altra imprecanti. Fu la sera del giorno seguente che,dalla parete della cella confinante con la nostra,sentii provenire,sommessa,una voce di donna. Incuriosito,insieme ai miei compagni di cella,avvicinai l'orecchio alle assi di legno della parete."Prikadiè pazàlusta!" (Venite,prego!),continuava a ripetere una voce gentile.
Scesi dalla plancia e mi infilai sotto di essa sino a raggiungere la parete. Così fecero alcuni miei compagni. Una flebile luce filtrava dall'altra parte della cella,incuneandosi attraverso alcune fessure aperte alla base della comune parete.
"Prikadiè pazàlusta!" ripetè quella voce. Fu allora che,superando il senso di sospetto acquisito dall'esperienza di quella prigionia,risposi bussando leggermente contro i legni.
"Chi siete?",domandò la donna.
"Prigionieri di guerra"risposi. "Sono italiano e gli altri sono tedeschi."
Restai in ascolto.
Poi,dopo un tempo che mi parve lungo,quella sommessa voce di donna salutò "Spakòjnoj nòsci!Mignà zavut Nastassja." ( Buona notte! Mi chiamo Nastassja).
Nei giornio seguenti Nastassja fece diversi sondaggi per capire chi fossimo veramente. Ebbi la netta impressione che ella avesse paura,diffidasse di noi,ci ritenesse confidenti della polizia.
Solo qualche giorno dopo,sempre di sera,sdraiato sotto quel tavolo insieme al capitano,Nastassja rivolse una domanda in tedesco;il capitano rispose. Restai non poco sorpreso sentendo avviare una sommessa conversazione in tedesco tra il capitano e Nastassja;ella parlava fluentemente. Coglievo di quando in quando il senso delle frasi con quel poco di tedesco che iniziavo a comprendere;la donna parlava delle sue sventure.
Qualcuno,diceva Nastassja,aveva informato la polizia che nella sua famiglia venivano dette cose non consentite dal Partito. Non erano affermazioni contro il Partito;erano solo delle considerazioni senza nessun fine,così,come si può fare tra marito e moglie. Una notte arrivarono,improvvisamente,delle macchine. Una decina di uomini irruppero in casa loro; furono tutti arrestati,compreso il bambino,per essere processati. Li accusarono di cose che non erano vere,diceva Nastassja;li fecero passare per controrivoluzionari,per sovversivi e cose anche peggiori,che riguardavano tutta la loro vita e di cui la polizia sapeva tutto. Suo marito fu condannato e mandato in Siberia,nei campi di rieducazione. Lei e suo figlio Sascja di 6 anni,rinchiusi nella prigione della loro città. Lì rimasero quasi un anno,in attesa di essere giudicati. Poi ella fu trasferita nella prigione di Engels. Di Sascja non aveva saputo più nulla.
Nastassja aveva la sensazione che anche Sascja fosse qui,ad Engels,anche se non le davano notizie e non fosse mai riuscita a vederlo. Ella ci pregò di farle sapere qualche cosa;a lei rifiutavano di dare qualsiasi notizia. Ed anche se qualcuno,tra i prigionieri,sapeva qualche cosa,nessuno parlava,spaventato dalle severe punizioni che venivano inflitte a chi rompeva quel muro di omertà.Nastassja ci descrisse il figlio. Sascja era un bambino di 7 anni compiuti,magro,capelli neri,occhi scuri;di statura più alta per la sua età,che tendeva a camminare dondolandosi. Nastassja,in perfetto tedesco,con voce flebile,singhiozzando dalla commozione,ci pregò di darle notizia se,durante le nostre "ore d'aria",avessimo avuto modo di incontrare tra gli altri il suo bambino. Ella,infatti,doveva aver probabilmente visto che le guardie ci facevano passeggiare in cortile con altri gruppi di prigionieri. Qualche giorno dopo conobbi il volto di Nastassja. Fummo portati nel cortile,per la solita passeggiata;vedemmo dei prigionieri camminare in circolo all'interno di altri recinti. Accanto alla rete sfilavano una decina di donne;vestivano vecchi abiti maschili,troppo grandi per le loro corporature. Una di esse si fermò,china,per arricciarsi il bordo dei pantaloni. Senza alzare gli occhi da terra,lontana dagli orecchi indiscreti delle guardie che,di solito,sorvegliavano dal porticato,la donna esclamò in russo: "Buongiorno,io sono Nastassja." Era una donna sui 25 o 30 anni,con il viso dolce,il capo coperto da una sciarpa logora. Quelle furono le sue sole parole. Io e gli altri compagni tedeschi la guardammo camminare con le sue compagne sino a quando il suo gruppo fu fatto rientrare. Ogni sera la voce flebile e gentile di Nastassja filtrava dalle tavole della parete alla nostra testa,con sempre la solita domanda "Avete notizia di mio figlio Sascja?". Qualche volta in russo,più spesso in tedesco,con una tristezza quasi fisica,le inviavamo il nostro diniego,sempre accompagnato dal suo laconico " Spassiba,spakòjnoj nòsci" (grazie,buona notte!). Una decina di giorni dopo,durante la solita "ora d'aria",ci capitò di essere messi assieme ad un gruppo di ragazzi. In loro c'era sempre tanta vitalità,tanta voglia di correre,di muoversi,di giocare. Quando,redarguiti dalle guardie,si ricomponevano in fila ed i loro occhi si incrociavano ai nostri,dietro quel biologico desiderio di vivere,scorgevo uno sguardo triste,malinconico. Insieme agli altri tedeschi,cercando di non dare nell'occhio ad una guardia che ci sorvegliava un pò più da vicino delle altre volte,forse per tenere a freno questi bambini,io ed i miei compagni iniziammo a pronunciare il nome di "Sascja".
"Sascja","Sascja" pronunciavamo quasi a turno,un pò con accento russo un pò in tedesco. I bambini continuavano a rompere le fila e giocare,come se non ci vedessero e non ci sentissero.
"Ja Sascja. Kto vyj?" (Sono Sascja,chi siete?). Era un bambino magro,con i capelli scuri,accovacciato a terra,intento a graffiare con un sasso il ghiaccio,su di un lato del recinto. Alzai improvvisamente lo sguardo,temendo di incrociare quello della guardia; i contatti tra prigionieri erano tassativamente vietati. Mi tranquillizzai vedendo il soldato tornare sotto il porticato. Compii un altro giro;poi,quando fui di nuovo presso il bambino: "Nastassja è tua madre?" gli chiesi senza guardarlo. Egli alzò subito gli occhi verso di me,restando chino ed immobile un attimo,come colpito da quel nome. Nessun "si"
poteva essere pronunciato con maggior sicurezza di come aveva fatto quello sguardo. Sascja conosceva il tedesco. Così i miei compagni di prigionia,senza mai fermarsi o rompere quel cerchio umano che aveva solo rallentato il passo,gli dissero che eravamo in contatto con sua madre,che ella era prigioniera nella cella vicina alla nostra,che potevamo parlarle attraverso il muro. Rientrammo in cella,felici di poter dare quella notizia a Nastassja;una notizia che sembrava appartenere a tutti noi,intimamente. Aspettammo la sera,con l'atteggiamento di chi conserva l'essenza di una grande rivelazione. Eravamo già sotto il tavolato quando rieccheggiarono gli attesi,flebili colpi alla parete.
"Sono Nastassja!"
"Tuo figlio è qui. L'abbiamo visto stamattina,sta bene!" le disse un tedesco;il tono della sua voce tradiva una gioia trattenuta a mala pena. Vidi riapparire la luce dalla fessura,come se Nastassja si fosse d'un tratto allontanata dalla parete. Poi,la sua voce fu di nuovo vicina;ringraziò a bassissima voce,quasi un sospiro rotto da una commozione a stento frenata. Nei giorni che seguirono Nastassja espresse il desiderio di far pervenire a Sascja una fetta di pane;un piccola cosa,d'amore infinito.
Una sera,la donna,ci confidò il suo piano. Il gabinetto era il luogo dello scambio; si trattava di una stanza sul cui pavimento si aprivano una decina di buche comunicanti direttamente con una specie di pozzo nero. Poichè questo gabinetto era in comune con tutti i prigionieri,lei avrebbe legato la fetta di pane ad una cordicella e quindi l'avrebbe appesa al bordo di una delle buche. Non senza riluttanza accettammo di compiere quello scambio ed accettammo di farlo solo quando capimmo che non vi era nessun'altra diversa soluzione. Studiammo così i turni che regolavano le passeggiate in cortile,calcolando quando la nostra ora d'aria avrebbe coinciso con quella assegnata ai ragazzi;il risultato fu di una precisione "tedesca".
Quella mattina,come di consueto,fummo portati al gabinetto dalla guardia per vuotare i buglioli. Dopo una breve ricerca nelle diverse buche,trovammo e recuperammo quella fetta di pane;era decentemente conservata. La prese in consegna il capitano tedesco,nascondendola nella sua giacca. Sascja restò incredulo e sconvolto quando il capitano,mentre continuavamo a camminare in cerchio,fattogli cenno di accostarsi,gli mise in mano quella fetta di pane con ancora avvolta la cordicella: "Questa la manda tua madre".
Sascja si fermò;guardò la fetta di pane nelle sue mani ed un attimo dopo la fece sparire nel vestito. Si accovacciò come se volesse disegnare per terra,tenendo una mano sul petto,senza parole. Grosse lacrime gli caddero sul ghiaccio. Fu un momento di grande commozione per tutti.
La guardia,ignara,era in piedi sotto il porticato.
Continuai a camminare in circolo,trattenendo la voglia di fermarmi per abbracciare quel bimbo;nei miei occhi quella figurina china sulla neve si andava deformando e dissolvendosi tra le lacrime che si affollavano alle palpebre.
Per diverse settimane riuscimmo a mantenere questo contatto tra Sascja e Nastassja.
Qualche tempo dopo fummo insospettiti dal silenzio di Nastassja;ella,già da alcuni giorni,non bussava più alla nostra parete.
Iniziammo a chiamarla. Nessuna risposta.Pensammo che si fosse ammalata o che fosse stata trasferita. Una sera,ai nostri richiami,rispose la voce di un'altra donna. "Nastassja non c'è più!" disse,"Nastassja è stata fucilata!".
Gli incontri con Sascja divennero improvvisamente penosi e difficili. Ancora per qualche volta fingemmo di portare ambasciate a Nastassja,inventando a Sascja le risposte. Poi questo mentire divenne davvero troppo difficile. Fu l'ultima pietosa bugia: "Nastassja non è più qui! E' stata trasferita in un'altra prigione".
Il freddo,in quei giorni,divenne improvvisamente più intenso e le guardie sospesero "l'ora d'aria."
20:52 Scritto da: ice_tear | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: madri, bambini, guerra, deportazione, fucilazione, amore materno | OKNOtizie |
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27/06/2008
Come una bandiera bianca...
Ricordo,e lo ricordo perfettamente,il giorno in cui, per la prima volta,mi parlasti di un ragazzo dai capelli tutti bianchi,papà.
Ricordo che eravamo seduti sul terrazzo di casa in un afoso pomeriggio d'estate e, come spesso accadeva,io e te, mentre gli altri riposavano,ce ne stavamo a parlare di mille cose. Noi,così taciturni con gli altri,diventavamo ciarlieri insieme. Mi piaceva ascoltarti, non era facile ascoltarti a volte,ma io e te riuscivamo sempre a trovare un momento per comunicarci i nostri pensieri. Ero per te come quel figlio maschio che non avesti mai e mai ti sentii dire:"Figlia, questo non lo puoi fare perchè sei donna". Mai ponesti limiti al mio essere anche se io sentivo la tua presenza vigile che guidava i miei primi passi di donna. Era una presenta forte ma discreta che non faceva male. Il nostro essere padre-figlia fu sugellato da un patto di libertà e rispetto che non avemmo bisogno di pronunciare mai. Quel giorno,ricordo,mi parlavi dei miti greci,degli Eroi omerici e quando giungesti a raccontarmi di Enea sceso nell'Ade,per la prima volta mi raccontasti di come un uomo può incanutire improvvisamente. Non so perchè ma quell'immagine mi faceva sorridere,mi sembrava il frutto di un'immaginazione troppo fertile ma poi,guardandoti,mi accorsi che tu non sorridevi più. Come quando,e spesso capitava,un pensiero metteva le ali al tuo cuore e,improvvisamente non eri più lì ma in chissà quale luogo della tua memoria. Un luogo in cui nessuno poteva seguirti ma che solo a tratti mi permettevi di scrutare da lontano. Oggi so perchè non mi portarsi mai veramente a visitare quel luogo. Il tuo amore di padre volle difendermi da immagini troppo difficili da sopportare per una figlia che schiudeva l'anima alla vita. Anche all'ora,in quei momenti,mi difendevi dal tuo mondo oscuro e lo facevi col silenzio. Si, perchè tra me e te non ci fu mai il buio della menzogna ma,a volte,solo il silenzio faceva da barriera tra me e la cruda realtà dei tuoi ricordi. Ma io incalzai quel giorno e ti chiesi come fosse possibile che i capelli di un uomo potessero diventare tutti bianchi improvvisamente. La mia voce ti riportò indietro dal tuo mondo e mi dicesti:"E' possibile quando si prova un dolore troppo grande da sopportare,è possibile quando si prova una paura incontenibile. Allora il corpo reagisce. Quei capelli così bianchi li vidi un giorno sulla testa di un alpino,era solo ragazzo. Erano come una bandiera bianca che si muoveva mossa dal vento del Nord. Sai quella che una volta si sventolava per comunicare al nemico che vuoi arrenderti, che non ce la fai più, che non hai più speranza di vittoria? Ecco!I capelli di quel ragazzo erano la sua bandiera bianca sventolata al nemico. Si era arreso alla vita." Perchè, ti chiesi, ma tu non mi dicesti mai la verità,dicesti solo: "E' la guerra,la guerra genera queste cose,la guerra è come una malattia dell'anima del mondo,ancora non abbiamo trovato la cura ma prima o poi gli uomini che non l'hanno vissuta,capiranno e impareranno quanto sia bello condividere una sigaretta al freddo polare di un paese straniero con chi parla una lingua diversa dalla tua;in quel momento si diventa fratelli e si comprende l'inutilità della guerra."
Il piccolo sottotenente di un tempo,quello con gli occhi chiari che correva verso la sua vecchia casa con il cuore pieno di speranza era lì, davanti a me. Improvvisamente mi accorgo oggi,che i suoi occhi chiari,rimasero quelli di un ragazzo per tutta la vita. E con l'anima di un ragazzo fatto uomo dagli orrori della guerra,guardava al mondo dalla sommità di un monte misterioso e,serenamemte ne sorrideva. Forse, come tutti coloro che,nè vivi,nè morti,possono tornare da certi luoghi,
egli si rendeva conto più degli altri di quanto fossero inutili tutte quelle cose che per la moltitudine sono invece importanti per raggiungere quella felicità che,come un miraggio,continua invece ad essere solo un'utopia. A lui bastava il pane!
Non importava cosa ci fosse sulla tavola,l'importante era che non mancasse mai il pane. Il semplice,umile pane simbolo di quella speranza di vita che, per chi provò il lancinante dolore della fame,il solo pane rappresentava. Imparasti credo a vivere dell'essenziale perchè solo quello può dare la vera,profonda felicità. Un pezzo di pane e hai il mondo intero.
Qualcuno penserà: Ecco una figlia innamorata del padre! Come potrei mai spiegare che io ho amato la tua anima grande,la profondità del tuo essere umile,generoso eppure un Titano tra gli uomini? Non ti ho amato perchè eri mio padre. Ti ho amato perchè eri tu. Complesso,difficile,misterioso solo per chi non tendeva il cuore per comprenderti. Allegro,brillante,bellissimo per il resto del mondo. Quando ci predisponiamo alla comprensione nessun cuore è straniero. Bisogna tendere l'orecchio ed ascoltare. Quello tra noi è stato un atto di "ascolto" l'uno del cuore dell'altro. Non c'entrano i legami di sangue,c'entra quella magica alchimia, inspiegabile alchimia,che genera il miracolo dell'Amore vero. Un Amore che,come vedi, papà,continua la sua corsa anche ora che non sei più qui con il tuo sorriso triste ma l'anima pura da piccolo sottotenente con gli occhi chiari. Una volta mia madre mi raccontò che certe notti si svegliava e restava ore a guardarti mentre dormivi e restava incantata dalla bellezza perfetta dei tuoi lineamenti ma poi, improvvisamente ti vedeva agitarti,erano gli incubi che tornavano a preseguitarti come ogni notte per tutto il resto della tua vita. Sicuramente nei tuoi viaggi notturni nel luogo del non ritorno, rivedevi i tanti tuoi compagni lasciati lì,soli.Sarà per questo che per il resto della tua vita i tuoi occhi si illuminavano di una luce tutta diversa solo quando potevi aiutare qualcuno? Solo in quei momenti ti ho visto, veramente, profondamente felice. Era il tuo riscatto per l'impotenza che ti aveva costretto a lasciare alle tue spalle i compagni morti? Non ne avevi alcuna colpa ma ti sei portato dietro come un bagaglio pesante il ricordo di quell'abbandono nella neve bianca.
Qualunque debito,è stato pagato,papà.
Lo hai pagato donando amore senza porre condizioni.
Lo hai pagato regalando felicità a chiunque ti abbia conosciuto.
Lo hai pagato facendo di me quella che sono oggi,una persona libera
che si nutre ogni giorno di quel pane che tu hai saputo lasciarmi.
Questa è la tua vera,unica,incommensurabile eredità.
Cercherò di portarla con onore e di essere degna un giorno di poter dire
che ho imparato ciò che solo con l'esempio mi insegnasti: l'arte del coraggio di vivere,papà.
Averti come padre è stato un grande dono che la vita mi ha fatto.
Non ho bisogno di sperare che un giorno ci incontreremo ancora.
Tu sei qui con me,in me,per sempre!
Stalattiti di ghiaccio
sono i ricordi
nel tuo cuore.
Bisogna camminare piano
poichè esse pendono,
sospese, come spade luccicanti
pronte a trafiggere,
sull'anima tua.
Bisogna camminare
in punta di piedi,
quando si entra
in un cuore sofferente,
come in un sacrario.

13:15 Scritto da: ice_tear | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: padri, figli, bandiera bianca, guerra, neve, gocce, memoria | OKNOtizie |
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30/05/2008
Maria...
La strada che porta al piccolo paesino si inerpica tra le montagne. Montagne brulle, coperte solo a tratti da ciuffi di boschi. E’ un piccolo paesino arroccato sulla cima di un monte in piena Ciociaria. Tristemente famosa la Ciociaria per gli eventi drammatici che videro protagoniste le donne di quelle zone. E' strano! Si ricordano i caduti delle guerre, ogni città ha il suo altare al milite ignoto, si celebrano gli eroi ma di coloro che furono vittime innocenti della barbarie degli uomini nessuno parla mai. Le donne! Chi ha mai pensato di innalzare altari per ricordare ed onorare il loro sacrificio? Maria! A pronunciarlo oggi questo nome sembra di violare il silenzio che per decenni lo ha circondato. Maria era bella. Quando penso a lei la immagino seduta vicino alla finestra della stanza del convento nel quale andava per imparare dalle suore l'arte del ricamo. La immagino seduta con la testa un po’ china in avanti e i capelli neri illuminati dai raggi del primo mattino a colorarli di azzurro. La immagino seduta con la gonna lunga, la camicia bianca e le mani che, amorevolmente tengono l'ago. E' persa nei suoi pensieri ma il suo viso, che accenna appena ad un sorriso, parla del suo amore lontano e quel ricordo crea ricami delicati sul suo corredo da sposa. Maria! Chissà quante volte sognasti di essere sposa nella casa del tuo amore. A raccontarla così potrebbe sembrare un favola ma la verità è che tu, eletta tra le altre, conoscesti in vita il sapore dell'Amore vero, sublime, dolce, gentile, casto... eterno. Ti sarai mai pentita del prezzo enorme che dovesti pagare per essere tanto privilegiata dalla vita che ti donò un sentimento capace di superare il limite tra la vita e la morte per innalzarsi fino all'eternità? No! Sono certa che se avessi potuto scegliere, non avresti avuto che un pensiero: poter rivivere ancora, per un attimo di vita, con l'uomo che la morte rese tuo per sempre. In tanti anni il tuo nome ha aleggiato nell'aria senza mai essere pronunciato se non in un bisbiglio. Quasi per non volerti evocare attraverso quei ricordi che per chi ti amò erano troppo dolorosi da sopportare. Di te, della tua bellezza, della tua bontà, della tua purezza di giovane donna, mi resta ciò che portavi sempre con te: la borsa che stringevi stretta tra le mani il giorno in cui la barbarie umana ti strappò ai tuoi sogni,ai tuoi affetti, al tuo domani. Eri bella Maria nel tuo vestito umile della festa mentre correvi incontro al tuo amore vestito da soldato che tornava per rivederti ancora e per dirti, con semplici gesti, quanto fosse grande il suo amore per te. Non avesti il tempo di imparare quanto quell’amore fosse grande, Maria. La vita non te lo provò, non ne ebbe il tempo ma la morte lo cristallizzò rendendolo immortale. Io lo so, l’ho constatato. A distanza di 30 anni dalla tua scomparsa, il tuo amore, vestito da soldato, ancora ti cercava. Ti cercava negli occhi di chi ti fu fratello, negli occhi neri di tua madre, neri come fu per tutta la vita il suo vestito. Il suo grido disumano alla notizia della tua morte, ancora risuonava, a distanza di tanti anni, nella mente di chi fu testimone del suo dolore senza fine. Qualcuno raccontò che dalla stanza nella quale egli si trovava in quel momento con colui che gli stava recando la straziante notizia, ad un tratto, nel silenzio che circonda chi sa di essere spettatore di una tragedia, l’urlo che spezzò quel silenzio non aveva nulla di umano. E’ vero, Maria. Puoi credermi! Egli continuò ad amarti per tutto il resto della sua esistenza anche se la sua nave, dopo anni, approdò in altro porto. Un porto accogliente, comprensivo, che superò le piccole meschinità umane per accogliere un sé un cuore spezzato a metà. Lo vidi un giorno, il tuo amore, dopo più di 30 anni, vestito da generale. La vita era trascorsa ma sulle sue labbra il sussurro del tuo nome aveva ancora il sapore del rimpianto e lacrime di dolore scesero silenziose a solcargli le guance. Chi mai si ricorderà di te Maria adesso? Adesso che anche lui ti ha raggiunta insieme a tutti i tuoi fratelli? Chi ricorderà su quale altare la violenza della guerra marocchina immolò il suo agnello più bello? La neve coprì come un sudario di ghiaccio la tua prima, improvvisata sepoltura e fissò, come d’incanto, il tuo volto nella terra. Il prezzo è stato alto Maria, altissimo, ma ti sia di conforto sapere che non è stato inutile pagarlo. La vita ha coronato la tua fronte dell’alloro che spetta a tutti i vincitori, la fronte di tutte le donne che sacrificarono la vita senza speranza di medaglia alcuna se non quella che, chi vi amò, pose sul vostro petto per sempre.
Onore a voi donne silenziose che la storia ha dimenticato.
Onore a voi angeli sperduti nel silenzio della memoria collettiva.

21:40 Scritto da: ice_tear | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: donne, guerra, maria, amore, ricordi, memoria, ii guerra mondiale | OKNOtizie |
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29/05/2008
Bersaglieri
Mi è stato chiesto da qualcuno di scrivere di Enrico Toti e di gesta epiche. Nessuno più di me ha il desiderio di farlo e lo farò presto ma scrivere dei bersaglieri è scrivere di tutti coloro che bersaglieri furono e che bersaglieri sono e saranno.
Oggi vorrei parlare del presente e di ciò che il presente rappresenta quale continuità del glorioso passato di uomini e di soldati. Vorrei parlare degli uomini di oggi che vestono e vestiranno sempre il piumetto poichè esso non si indossa ma si accoglie nell'anima.
E' vero!Bersaglieri si nasce non si diventa e bersaglieri si resta fino alla fine.
Come dirvi quanta felicità mi avete regalato? Come esprimervi la mia riconoscenza per essere fonte di odierna speranza nell'avvenire? Voi portate nel cuore il Valore, l'Amore,l'Onore e la Gloria del Vostro passato con la vera, sola compagna che renda degni e veri i vostri doni: sorella Umiltà!
Testimoni silenziosi di mille battaglie siete restati, attraverso i secoli, degni figli di quella Patria alla quale molto del vostro sangue donaste e ancora oggi continuate a donare.
E' in Voi che ho riconosciuto il vero senso di quelle virtù. E' in Voi che ho potuto constatare la Verità del Vostro essere Bersaglieri. Solo in Voi si può dire compiuta quella sinfonia di sentimenti, di valori, di virtù che, nella bocca di altri meno degni, sembrano osceni.
A Voi, che mi avete regalato i giorni più belli della mia vita e i più cari nel ricordo di chi non c'è più, va tutto il mio affetto, la mia riconoscenza e la mia gratitudine per essere restati saldi nella Fede, nella Speranza e nell'Amore, nel vostro cuore di Uomini e di Soldati.
La Vostra più grande eredità sta nella memoria dei Vostri fratelli che prima di Voi corsero verso i campi Elisi al suono delle fanfare.
A voi odierni costruttori di Pace tutta la mia ammirazione.
A Voi che non dimenticate le vostre radici va tutto il mio affetto e la mia riconoscenza.
A Voi che conservate nel cuore la capacità di vincere o perdere con la stessa uguale dignità va la mia stima più profonda.
A Voi che mi avete accolta con la gioia di chi ritrova una persona cara va tutta la mia gratitudine.
A Voi figli del Vento e della Fiamma...Grazie!

17:50 Scritto da: ice_tear | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | Tag: bersaglieri, fiamma, onore, fanfara, guerra, pace, battaglie | OKNOtizie |
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