27/06/2008

Come una bandiera bianca...

Ricordo,e lo ricordo perfettamente,il giorno in cui, per la prima volta,mi parlasti di un ragazzo dai capelli tutti bianchi,papà.
Ricordo che eravamo seduti sul terrazzo di casa in un afoso pomeriggio d'estate e, come spesso accadeva,io e te, mentre gli altri riposavano,ce ne stavamo a parlare di mille cose. Noi,così taciturni con gli altri,diventavamo ciarlieri insieme. Mi piaceva ascoltarti, non era facile ascoltarti a volte,ma io e te riuscivamo sempre a trovare un momento per comunicarci i nostri pensieri. Ero per te come quel figlio maschio che non avesti mai e mai ti sentii dire:"Figlia, questo non lo puoi fare perchè sei donna". Mai ponesti limiti al mio essere anche se io sentivo la tua presenza vigile che guidava i miei primi passi di donna. Era una presenta forte ma discreta che non faceva male. Il nostro essere padre-figlia fu sugellato da un patto di libertà e rispetto che non avemmo bisogno di pronunciare mai. Quel giorno,ricordo,mi parlavi dei miti greci,degli Eroi omerici e quando giungesti a raccontarmi di Enea sceso nell'Ade,per la prima volta mi raccontasti di come un uomo può incanutire improvvisamente. Non so perchè ma quell'immagine mi faceva sorridere,mi sembrava il frutto di un'immaginazione troppo fertile ma poi,guardandoti,mi accorsi che tu non sorridevi più. Come quando,e spesso capitava,un pensiero metteva le ali al tuo cuore e,improvvisamente non eri più lì ma in chissà quale luogo della tua memoria. Un luogo in cui nessuno poteva seguirti ma che solo a tratti mi permettevi di scrutare da lontano. Oggi so perchè non mi portarsi mai veramente a visitare quel luogo. Il tuo amore di padre volle difendermi da immagini troppo difficili da sopportare per una figlia che schiudeva l'anima alla vita. Anche all'ora,in quei momenti,mi difendevi dal tuo mondo oscuro e lo facevi col silenzio. Si, perchè tra me e te non ci fu mai il buio della menzogna ma,a volte,solo il silenzio faceva da barriera tra me e la cruda realtà dei tuoi ricordi. Ma io incalzai quel giorno e ti chiesi come fosse possibile che i capelli di un uomo potessero diventare tutti bianchi  improvvisamente. La mia voce ti riportò indietro dal tuo mondo e mi dicesti:"E' possibile quando si prova un dolore troppo grande da sopportare,è possibile quando si prova una paura incontenibile. Allora il corpo reagisce. Quei capelli così bianchi li vidi un giorno sulla testa di un alpino,era solo ragazzo. Erano come una bandiera bianca che si muoveva mossa dal vento del Nord. Sai quella che una volta si sventolava per comunicare al nemico che vuoi arrenderti, che non ce la fai più, che non hai più speranza di vittoria? Ecco!I capelli di quel ragazzo erano la sua bandiera bianca sventolata al nemico. Si era arreso alla vita." Perchè, ti chiesi, ma tu non mi dicesti mai la verità,dicesti solo: "E' la guerra,la guerra genera queste cose,la guerra è come una malattia dell'anima del mondo,ancora non abbiamo trovato la cura ma prima o poi gli uomini che non l'hanno vissuta,capiranno e impareranno quanto sia bello condividere una sigaretta al freddo polare di un paese straniero con chi parla una lingua diversa dalla tua;in quel momento si diventa fratelli e si comprende l'inutilità della guerra."
Il piccolo sottotenente di un tempo,quello con gli occhi chiari che correva verso la sua vecchia casa con il cuore pieno di speranza era lì, davanti a me. Improvvisamente mi accorgo oggi,che i suoi occhi chiari,rimasero quelli di un ragazzo per tutta la vita. E con l'anima di un ragazzo fatto uomo dagli orrori della guerra,guardava al mondo dalla sommità di un monte  misterioso e,serenamemte  ne sorrideva. Forse, come tutti coloro che,nè vivi,nè morti,possono tornare da certi luoghi,
egli si rendeva conto più degli altri di quanto fossero inutili tutte quelle cose che per la moltitudine sono invece importanti per raggiungere quella felicità che,come un miraggio,continua invece ad essere solo un'utopia. A lui bastava il pane!
Non importava cosa ci fosse sulla tavola,l'importante era che non mancasse mai il pane. Il semplice,umile pane simbolo di quella speranza di vita che, per chi provò il lancinante dolore della fame,il solo pane rappresentava. Imparasti credo a vivere dell'essenziale perchè solo quello può dare la vera,profonda felicità. Un pezzo di pane e hai il mondo intero.
Qualcuno penserà: Ecco una figlia innamorata del padre! Come potrei mai spiegare che io ho amato la tua anima grande,la profondità del tuo essere umile,generoso eppure un Titano tra gli uomini? Non ti ho amato perchè eri mio padre. Ti ho amato perchè eri tu. Complesso,difficile,misterioso solo per chi non tendeva il cuore per comprenderti. Allegro,brillante,bellissimo per il resto del mondo. Quando ci predisponiamo alla comprensione nessun cuore è straniero. Bisogna tendere l'orecchio ed ascoltare. Quello tra noi è stato un atto di "ascolto" l'uno del cuore dell'altro. Non c'entrano i legami di sangue,c'entra quella magica alchimia, inspiegabile alchimia,che genera il miracolo dell'Amore vero. Un Amore che,come vedi, papà,continua la sua corsa anche ora che non sei più qui con il tuo sorriso triste ma l'anima pura da piccolo sottotenente con gli occhi chiari. Una volta mia madre mi raccontò che certe notti si svegliava e restava ore a guardarti mentre dormivi e restava incantata dalla bellezza perfetta dei tuoi lineamenti ma poi, improvvisamente ti vedeva agitarti,erano gli incubi che tornavano a preseguitarti come ogni notte per tutto il resto della tua vita. Sicuramente nei tuoi viaggi notturni nel luogo del non ritorno, rivedevi i tanti tuoi compagni lasciati lì,soli.Sarà per questo che per il resto della tua vita i tuoi occhi si illuminavano di una luce tutta diversa solo quando potevi aiutare qualcuno? Solo in quei momenti ti ho visto, veramente, profondamente felice. Era il tuo riscatto per l'impotenza che ti aveva costretto a lasciare alle tue spalle i compagni morti? Non ne avevi alcuna colpa ma ti sei portato dietro come un bagaglio pesante il ricordo di quell'abbandono nella neve bianca.
Qualunque debito,è stato pagato,papà.
Lo hai pagato donando amore senza porre condizioni.
Lo hai pagato regalando felicità a chiunque ti abbia conosciuto.
Lo hai pagato facendo di me quella che sono oggi,una persona libera
che si nutre ogni giorno di quel  pane che tu hai saputo lasciarmi.
Questa è la tua vera,unica,incommensurabile eredità.
Cercherò di portarla con onore e di essere degna un giorno di poter dire
che ho imparato ciò che solo con l'esempio mi insegnasti: l'arte del coraggio di vivere,papà.
Averti come padre è stato un grande dono che la vita mi ha fatto.
Non ho bisogno di sperare che un giorno ci incontreremo ancora.
Tu sei qui con me,in me,per sempre!

 

 

 

Stalattiti di ghiaccio
sono i ricordi
nel tuo cuore.

Bisogna camminare piano
poichè esse pendono,
sospese, come spade luccicanti
pronte a trafiggere,
sull'anima tua.

Bisogna camminare
in punta di piedi,
quando si entra
in un cuore sofferente,
come in un sacrario.

 

 

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