18/09/2008
Nastàssja
"Anche quella mattina di metà gennaio del '42,come succedeva nei giorni in cui le condizioni atmosferiche lo permettevano,camminavo in circolo,nel quadrato assegnatoci del piazzale della prigione,assieme ai miei compagni di cella.
Il freddo,mitigato da un'aria secca,non era così intenso come mi sarei aspettato guardando il termometro,sotto il porticato,che segnava i meno 30 gradi;era un clima che poteva essere sopportato anche indossando abiti non proprio adatti.
A delimitare i confini della prigione non vi era alcuno steccato,palizzata o muro,ma solo delle basse reti sostenute da pali in legno quali da noi si usano per delimitare campi o giardini.
Le guardie,armate,erano poche e generalmente restavano a sorvegliarci da sotto il porticato.A scoraggiare qualsiasi fuga non era certo la modesta recinzione;tutto era una distesa piatta di neve. Non si vedeva il tetto di una casa neppure all'orizzonte. Qualsiasi cosa si fosse mossa su quel manto bianco sarebbe stata perfettamente visibile. Uno spazio di quel grande piazzale,prospiciente alla foresta,era stato suddiviso in sei piccoli lotti di forma quadrata,tra di loro confinanti,i cui limiti geometrici erano segnati da una serie di bassi pali infissi nel terreno. In uno di questi lotti passeggiavano lentamente,a testa bassa,una quindicina di prigionieri politici anziani.
Una guardia ci fece cenno di tornare;l'"ora d'aria" era finita. Rientrando nell'edificio,quella mattina,fui accolto da voci e rumori inconsueti. Percorsi il corridoio;le porte delle celle erano tutte spalancate. Sul pavimento di queste era stata sparsa della paglia in abbondanza. Dentro c'erano delle donne,dei bambini,dei vecchi.
Molti bambini erano piccoli,in collo alle loro madri;qualche neonato piangeva reclamando il latte. Altri bambini,più grandicelli,se ne stavano in silenzio accovacciati accanto ad una donna o ad un'anziano.
Era una popolazione avvilita,triste,ormai distrutta e divisa. Seppi trattarsi di familiari di deportati politici. Erano persone rassegnate ormai al peggio;di tutte le età,dal neonato al vecchio di ottant'anni. Quella notte non riuscii a dormire;nel corridoio,tra le celle,echeggiava,ossessionante,il pianto dei bambini associato a voci di donna,talora lamentose,tal'altra imprecanti. Fu la sera del giorno seguente che,dalla parete della cella confinante con la nostra,sentii provenire,sommessa,una voce di donna. Incuriosito,insieme ai miei compagni di cella,avvicinai l'orecchio alle assi di legno della parete."Prikadiè pazàlusta!" (Venite,prego!),continuava a ripetere una voce gentile.
Scesi dalla plancia e mi infilai sotto di essa sino a raggiungere la parete. Così fecero alcuni miei compagni. Una flebile luce filtrava dall'altra parte della cella,incuneandosi attraverso alcune fessure aperte alla base della comune parete.
"Prikadiè pazàlusta!" ripetè quella voce. Fu allora che,superando il senso di sospetto acquisito dall'esperienza di quella prigionia,risposi bussando leggermente contro i legni.
"Chi siete?",domandò la donna.
"Prigionieri di guerra"risposi. "Sono italiano e gli altri sono tedeschi."
Restai in ascolto.
Poi,dopo un tempo che mi parve lungo,quella sommessa voce di donna salutò "Spakòjnoj nòsci!Mignà zavut Nastassja." ( Buona notte! Mi chiamo Nastassja).
Nei giornio seguenti Nastassja fece diversi sondaggi per capire chi fossimo veramente. Ebbi la netta impressione che ella avesse paura,diffidasse di noi,ci ritenesse confidenti della polizia.
Solo qualche giorno dopo,sempre di sera,sdraiato sotto quel tavolo insieme al capitano,Nastassja rivolse una domanda in tedesco;il capitano rispose. Restai non poco sorpreso sentendo avviare una sommessa conversazione in tedesco tra il capitano e Nastassja;ella parlava fluentemente. Coglievo di quando in quando il senso delle frasi con quel poco di tedesco che iniziavo a comprendere;la donna parlava delle sue sventure.
Qualcuno,diceva Nastassja,aveva informato la polizia che nella sua famiglia venivano dette cose non consentite dal Partito. Non erano affermazioni contro il Partito;erano solo delle considerazioni senza nessun fine,così,come si può fare tra marito e moglie. Una notte arrivarono,improvvisamente,delle macchine. Una decina di uomini irruppero in casa loro; furono tutti arrestati,compreso il bambino,per essere processati. Li accusarono di cose che non erano vere,diceva Nastassja;li fecero passare per controrivoluzionari,per sovversivi e cose anche peggiori,che riguardavano tutta la loro vita e di cui la polizia sapeva tutto. Suo marito fu condannato e mandato in Siberia,nei campi di rieducazione. Lei e suo figlio Sascja di 6 anni,rinchiusi nella prigione della loro città. Lì rimasero quasi un anno,in attesa di essere giudicati. Poi ella fu trasferita nella prigione di Engels. Di Sascja non aveva saputo più nulla.
Nastassja aveva la sensazione che anche Sascja fosse qui,ad Engels,anche se non le davano notizie e non fosse mai riuscita a vederlo. Ella ci pregò di farle sapere qualche cosa;a lei rifiutavano di dare qualsiasi notizia. Ed anche se qualcuno,tra i prigionieri,sapeva qualche cosa,nessuno parlava,spaventato dalle severe punizioni che venivano inflitte a chi rompeva quel muro di omertà.Nastassja ci descrisse il figlio. Sascja era un bambino di 7 anni compiuti,magro,capelli neri,occhi scuri;di statura più alta per la sua età,che tendeva a camminare dondolandosi. Nastassja,in perfetto tedesco,con voce flebile,singhiozzando dalla commozione,ci pregò di darle notizia se,durante le nostre "ore d'aria",avessimo avuto modo di incontrare tra gli altri il suo bambino. Ella,infatti,doveva aver probabilmente visto che le guardie ci facevano passeggiare in cortile con altri gruppi di prigionieri. Qualche giorno dopo conobbi il volto di Nastassja. Fummo portati nel cortile,per la solita passeggiata;vedemmo dei prigionieri camminare in circolo all'interno di altri recinti. Accanto alla rete sfilavano una decina di donne;vestivano vecchi abiti maschili,troppo grandi per le loro corporature. Una di esse si fermò,china,per arricciarsi il bordo dei pantaloni. Senza alzare gli occhi da terra,lontana dagli orecchi indiscreti delle guardie che,di solito,sorvegliavano dal porticato,la donna esclamò in russo: "Buongiorno,io sono Nastassja." Era una donna sui 25 o 30 anni,con il viso dolce,il capo coperto da una sciarpa logora. Quelle furono le sue sole parole. Io e gli altri compagni tedeschi la guardammo camminare con le sue compagne sino a quando il suo gruppo fu fatto rientrare. Ogni sera la voce flebile e gentile di Nastassja filtrava dalle tavole della parete alla nostra testa,con sempre la solita domanda "Avete notizia di mio figlio Sascja?". Qualche volta in russo,più spesso in tedesco,con una tristezza quasi fisica,le inviavamo il nostro diniego,sempre accompagnato dal suo laconico " Spassiba,spakòjnoj nòsci" (grazie,buona notte!). Una decina di giorni dopo,durante la solita "ora d'aria",ci capitò di essere messi assieme ad un gruppo di ragazzi. In loro c'era sempre tanta vitalità,tanta voglia di correre,di muoversi,di giocare. Quando,redarguiti dalle guardie,si ricomponevano in fila ed i loro occhi si incrociavano ai nostri,dietro quel biologico desiderio di vivere,scorgevo uno sguardo triste,malinconico. Insieme agli altri tedeschi,cercando di non dare nell'occhio ad una guardia che ci sorvegliava un pò più da vicino delle altre volte,forse per tenere a freno questi bambini,io ed i miei compagni iniziammo a pronunciare il nome di "Sascja".
"Sascja","Sascja" pronunciavamo quasi a turno,un pò con accento russo un pò in tedesco. I bambini continuavano a rompere le fila e giocare,come se non ci vedessero e non ci sentissero.
"Ja Sascja. Kto vyj?" (Sono Sascja,chi siete?). Era un bambino magro,con i capelli scuri,accovacciato a terra,intento a graffiare con un sasso il ghiaccio,su di un lato del recinto. Alzai improvvisamente lo sguardo,temendo di incrociare quello della guardia; i contatti tra prigionieri erano tassativamente vietati. Mi tranquillizzai vedendo il soldato tornare sotto il porticato. Compii un altro giro;poi,quando fui di nuovo presso il bambino: "Nastassja è tua madre?" gli chiesi senza guardarlo. Egli alzò subito gli occhi verso di me,restando chino ed immobile un attimo,come colpito da quel nome. Nessun "si"
poteva essere pronunciato con maggior sicurezza di come aveva fatto quello sguardo. Sascja conosceva il tedesco. Così i miei compagni di prigionia,senza mai fermarsi o rompere quel cerchio umano che aveva solo rallentato il passo,gli dissero che eravamo in contatto con sua madre,che ella era prigioniera nella cella vicina alla nostra,che potevamo parlarle attraverso il muro. Rientrammo in cella,felici di poter dare quella notizia a Nastassja;una notizia che sembrava appartenere a tutti noi,intimamente. Aspettammo la sera,con l'atteggiamento di chi conserva l'essenza di una grande rivelazione. Eravamo già sotto il tavolato quando rieccheggiarono gli attesi,flebili colpi alla parete.
"Sono Nastassja!"
"Tuo figlio è qui. L'abbiamo visto stamattina,sta bene!" le disse un tedesco;il tono della sua voce tradiva una gioia trattenuta a mala pena. Vidi riapparire la luce dalla fessura,come se Nastassja si fosse d'un tratto allontanata dalla parete. Poi,la sua voce fu di nuovo vicina;ringraziò a bassissima voce,quasi un sospiro rotto da una commozione a stento frenata. Nei giorni che seguirono Nastassja espresse il desiderio di far pervenire a Sascja una fetta di pane;un piccola cosa,d'amore infinito.
Una sera,la donna,ci confidò il suo piano. Il gabinetto era il luogo dello scambio; si trattava di una stanza sul cui pavimento si aprivano una decina di buche comunicanti direttamente con una specie di pozzo nero. Poichè questo gabinetto era in comune con tutti i prigionieri,lei avrebbe legato la fetta di pane ad una cordicella e quindi l'avrebbe appesa al bordo di una delle buche. Non senza riluttanza accettammo di compiere quello scambio ed accettammo di farlo solo quando capimmo che non vi era nessun'altra diversa soluzione. Studiammo così i turni che regolavano le passeggiate in cortile,calcolando quando la nostra ora d'aria avrebbe coinciso con quella assegnata ai ragazzi;il risultato fu di una precisione "tedesca".
Quella mattina,come di consueto,fummo portati al gabinetto dalla guardia per vuotare i buglioli. Dopo una breve ricerca nelle diverse buche,trovammo e recuperammo quella fetta di pane;era decentemente conservata. La prese in consegna il capitano tedesco,nascondendola nella sua giacca. Sascja restò incredulo e sconvolto quando il capitano,mentre continuavamo a camminare in cerchio,fattogli cenno di accostarsi,gli mise in mano quella fetta di pane con ancora avvolta la cordicella: "Questa la manda tua madre".
Sascja si fermò;guardò la fetta di pane nelle sue mani ed un attimo dopo la fece sparire nel vestito. Si accovacciò come se volesse disegnare per terra,tenendo una mano sul petto,senza parole. Grosse lacrime gli caddero sul ghiaccio. Fu un momento di grande commozione per tutti.
La guardia,ignara,era in piedi sotto il porticato.
Continuai a camminare in circolo,trattenendo la voglia di fermarmi per abbracciare quel bimbo;nei miei occhi quella figurina china sulla neve si andava deformando e dissolvendosi tra le lacrime che si affollavano alle palpebre.
Per diverse settimane riuscimmo a mantenere questo contatto tra Sascja e Nastassja.
Qualche tempo dopo fummo insospettiti dal silenzio di Nastassja;ella,già da alcuni giorni,non bussava più alla nostra parete.
Iniziammo a chiamarla. Nessuna risposta.Pensammo che si fosse ammalata o che fosse stata trasferita. Una sera,ai nostri richiami,rispose la voce di un'altra donna. "Nastassja non c'è più!" disse,"Nastassja è stata fucilata!".
Gli incontri con Sascja divennero improvvisamente penosi e difficili. Ancora per qualche volta fingemmo di portare ambasciate a Nastassja,inventando a Sascja le risposte. Poi questo mentire divenne davvero troppo difficile. Fu l'ultima pietosa bugia: "Nastassja non è più qui! E' stata trasferita in un'altra prigione".
Il freddo,in quei giorni,divenne improvvisamente più intenso e le guardie sospesero "l'ora d'aria."
20:52 Scritto da: ice_tear | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: madri, bambini, guerra, deportazione, fucilazione, amore materno | OKNOtizie |
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