Si è molto parlato e ancora, giustamente, se ne parla, dei campi di sterminio nazisti e di tutte le atrocità in essi commesse. E' bene che la storia ci insegni e ci rammenti quali siano state le sofferenze alle quali esseri umani sottoposero altri esseri umani. Vorrei però che si ricordassero TUTTE le guerre e TUTTE le atrocità commesse da una parte e dall'altra. La storia a volte sembra colpita da una strana forma di amnesia, la si potrebbe chiamare "amnesia a chiazze", una sorta di strana malattia della quale si conosce l'origine ma non la cura. Si ricordano alcune cose a altre vengono condannate all'oblio. Ma i morti, il dolore, le atrocità, non hanno colore politico o non dovrebbero averlo. Rendiamo onore a TUTTI i caduti, a TUTTI coloro che, senza colpa alcuna, furono mandati al martirio e condannati a sofferenze senza pari. Ricordiamo TUTTI coloro che sopravvissero, condannati a vivere per sempre portando nell'anima il ricordo di quelle atroci sofferenze.
Tenente medico Enrico Reginato, medaglia d'oro al V.M. Battaglione Sciatori Monte Cervino, Corpo d'Armata Alpino: 'Io non ero presente alla giornata e alla battaglia di Nikolajewka; ero già, da tempo, in prigionia in mano dei russi. Ma appunto per ciò fui testimone delle estreme conseguenze della ritirata degli alpini (e di tutta l'armata italiana) in quell'inverno 1942-43, quando a conclusione della ritirata stessa per molte decine di migliaia di italiani si apri l'appendice e il periodo della prigionia russa. Sono stato testimone delle sofferenze che prolungarono a innumerevoli alpini le sofferenze della ritirata: gli innumerevoli e quasi sempre mortali patimenti di quanti fra gli alpini non riuscirono a varcare il cancello di libertà di Nikolajewka. Da allora penso che ritirata e prigionia costituirono un tutt'uno, la completezza di un calvario cosi irto di dolori e cosi prolungato nel tempo e nell'infinita varietà di patimenti da non consentire alla mente umana di concepirlo. Io ho visto soffrire e morire, in modo inenarrabile, e ne do qui inadeguata testimonianza, affinchè il ricordo appassionato almeno permanga e sia di insegnamento al giorno d'oggi, e tutto sia fatto nel campo della dignità e della tutela dell'uomo al fine di tenere lontana la gioventù attuale dal ripetersi dei patimenti allora sofferti dagli alpini, e da quanti ebbero la suprema sventura di cadere in una prigionia quale fu quella che subimmo in mano dei russi. Abbiamo visto colonne di prigionieri sospinti per giorni e settimane da urli, spari e percosse andar sempre più assottigliandosi perché chi non si reggeva per la stanchezza veniva finito con le armi. Abbiamo sentito levarsi invocazioni disperate 'dottore aiutami, non ne posso più', ma anche i dottori non ne potevano più; si coprivano le orecchie con le mani per non udire quelle voci e in quell'istante avrebbero voluto morire per non sentire scaricare le armi sul caduto. Abbiamo visto le strade segnate da cadaveri che genti e corvi profanavano: le prime per recuperare le vesti, i secondi per sfamarsi. Abbiamo assistito a spogliazioni di scarpe, di vesti, di oggetti di ogni genere, appartenenti a uomini sfiniti che non potevano reagire di fronte alla violenza. Abbiamo visto uomini disperati per fame tentare di eluderela sorveglianza per cercare del cibo, e venir abbattuti come cani. Abbiamo visto esseri umani abbrutirsi per l'infinita stanchezza, un'umanità degradata nella quale pochi si sentivano ancora fratelli al vicino o sentivano ancora pietà per il debole o il morente. Lo spirito di cameratismo che aveva legato, un tempo, i combattenti tra loro, sembrava finito con l'abbandono delle armi. Abbiamo visto entrare in campi di raccolta migliaia di uomini di molteplici nazionalità e uscirne vive poche centinaia nel breve arco di tempo di 30 giorni e, in quei trenta giorni, il dolore toccare il vertice dell'inumano. I ricoveri, esposti ai rigori del clima, erano gremiti fino all'inverosimile di uomini doloranti: l'odore acre della cancrena ristagnava ovunque; la fame distruggeva i corpi, la dissenteria completava l'opera di disfacimento di esseri umani martoriati da fame e sete e da parassiti che brulicavano nelle barbe incolte e sotto le vestì sudice e lacere. Un buio tragico e ossessionante scendeva su questi orrori fin dalle prime ore della sera, interrotto ogni tanto da torce agitate da figure umane urlanti che prelevavano uomini per il lavoro; poi tornava un cupo silenzio dì morte interrotto da grida di dolore, da gemiti, da invocazioni pronunciate nelle più diverse lingue, da preghiere elevate al cielo ad alta voce da qualche cappellano. Abbiamo visto uomini diventare, per fame, feroci come lupi. Alle prime distribuzioni di cibo, come colti da improvvisa follia, spettri umani si levavano e si precipitavano urlando e schiacciandosi, rovesciando a terra ogni cosa, buttandosi al suolo per succhiare il fango impastato con il cibo sparso. Guardiani armati di spranghe di ferro dovevano far scorta al pane per difenderlo dai branchi di uomini in agguato che si avventavano per impossessarsene. Finalmente vennero convogli ferroviari a caricare e portare altrove questo resto di umanità carica di dolore e di parassiti: i convogli scaricavano i superstiti in altri campi che li accoglievano per rigettarli in fosse comuni; in essi li attendeva non la salvezza, ma il tifo, la tubercolosi, la difterite, la pellagra e ogni altro male. I lazzaretti (cosi venivano chiamati i luoghi dove si moriva], erano uno spettacolo drammatico e straziante; corpi discesi su pancacci di legno o sulla nuda terra si sfasciavano per morbi sconosciuti. La morte passava come un'ombra senza requie: ogni giorno volti nuovi, nuove sofferenze; cervelli sconvolti dalla pazzia, deliri, dissenterie, arti deformati dagli edemi, ferite corrose dalla cancrena. I medici e i sanitari si trascinavano fra quegli infelici fintanto che il male portasse via anche loro. Ricorderò per sempre che un giorno, in un campo di concentramento, durante l'infuriare di una epidemia che giorno e notte mieteva innumerevoli vite umane, mi si avvicinò un giovane ufficiale medico austriaco, che parlava correntemente l'italiano. Egli mi espresse il desiderio di uscire dalla zona non infetta del campo per assistere gli ammalati, quasi tutti italiani. Lo sconsigliai per il grande pericolo al quale si esponeva; ma insistette con queste parole: 'Collega, la prego, io non voglio perdere questa grande occasione di essere medico e cristiano'. Profuse generosamente la sua arte e le sue energie per i contagiati; contagiato lui stesso, non trovò più in sé la forza di vincere il male che con parole semplici e grandi si era prefisso di combattere. Si spense con la serena dolcezza di chi è consapevole di non aver perduto né di fronte a Dio né di fronte agli uomini la grande occasione. Era difficile fare il medico, in quelle circostanze. I medicinali scarseggiavano, le poche fiale di analettici, per lo più canfora, dovevano essere utilizzate solo nei casi estremi. Bisognava dosare tutti i farmaci con assoluta parsimonia, valutare lo stato di gravita di ciascun malato, decidere chi doveva avere la precedenza, stabilire una inutile graduatoria e talvolta si trattava di scegliere tra un paziente che invocava il medico nella sua stessa lingua e un altro sconosciuto figlio di Dio. I superstiti di tutti questi mali, uscirono dai lazzaretti con passi incerti e vacillanti. Quelli che alcuni mesi prima erano soldati pieni di vitalità e comandanti autorevoli, apparivano scheletri tenuti assieme da pelle ruvida e squamosa. Le fisionomie erano irriconoscibili; i capelli aridi, incanutiti; gli occhi immersi nelle occhiaie profonde; la cute del viso raggrinzita in minime rughe, il sorriso una smorfia che lentamente si ricomponeva; i denti vacillanti su gengive brune e sanguinanti, le unghie delle mani e dei piedi segnate da un solco trasversale che pareva segnasse l'inizio della sofferenza. Molti avevano perduto fino al 40-50% del loro peso; attoniti, assenti, dovevano pensare a lungo prima di ricordare il loro nome; sembravano esseri spettrali usciti da un mondo irreale, insofferenti ed indifferenti a tutto che non fosse la distribuzione del cibo. I mesi, gli anni di detenzione, non furono che tappe di un lungo calvario di rovina e di morte. Morte per esaurimento fisico, per interminabili marce, per i colpi spietati degli uomini di scorta, per epidemie incontrollabili, per inanizione. I superstiti, smarriti dal crollo repentino di ogni illusione, tormentati dalla fame, dalla miseria, dalla paura, rimasero, costretti ai più duri lavori, per anni in balia del nemico, il quale, con abilità e perseveranza, cercò di catturarne anche l'anima ed imporre la propria ideologia. I detentori che avevano i corpi di quei vinti volevano il trofeo delle loro anime per vincerli due volte usando l'arma della propaganda e del ricatto: 'tu devi cambiare opinione altrimenti non rivedrai né la patria né la madre, né la sposa e i figli'. Questo fu l'infame ricatto: cedere dignità, coscienza e fede in cambio di ciò cui i prigionieri avevano diritto senza concessioni e senza compromessi. Finalmente, un giorno arrivò un ordine nei campi: i prigionieri non dovevano più morire; i medici dovevano attenersi ad esso sotto minaccia di gravi punizioni. Che cosa significava questa nuova disposizione? Invero la morte non si lascia impartire comandi. L'ordine voleva dire semplicemente che le restrizioni che determinavano la morte dei prigionieri dovevano cessare. Venne, allora, concesso un miglioramento di vitto, modesto ma pure essenziale; vennero presi provvedimenti che crearono condizioni possibili di vita, la lotta contro i parassiti si fece efficace, i medici trovarono meno arduo il loro lavoro disponendo di una quantità maggiore di mezzi, in ambienti più igienici ed adeguati. Ciò bastò per notare nei prigionieri una lenta ripresa delle forze, un miglioramento progressivo dei rapporti sociali, un ritrovamento di dignità e coscienza, un albeggiare di nuove speranze. Si riallacciarono vecchie amicizie, si riprese man mano a pensare, a parlare, a pregare, a confidarsi, a sperare, a credere nella salvezza. Ma ciò fu raggiunto quando già da tempo le fiamme della guerra si erano spente e nel resto del mondo iniziava, con la pace, una lenta resurrezione'. (da 'Nikolajewka : c'ero anch'io, pag.650-653).
Ho ritrovato, tra le tante fotografie di famiglia, una che un giorno forse pubblicherò per il suo valore storico, morale, umano.
Raduno nazionale degli ex prigionieri reduci di Russia.
Ad un tavolo sono seduti mio padre e mia madre sorridenti, alle loro spalle, chinati verso di loro quasi per circondarli in un comune abbraccio tre compagni di prigionia: Don Giovanni Brevi, MOVM 12 anni di prigionia in siberia; Gen.Enrico Reginato MOVM 12 anni di prigionia in siberia; Don Enelio Franzoni MOVM rientrato nel 1946 con mio padre. Tre medaglie d'oro al valor militare che stringono in un unico abbraccio il loro compagno più giovane. Mi guardano da quella foto e mi sorridono tutti. Sono i sopravvissuti dei Lager russi. Sono gli "zii" della mia fanciullezza. Sono la Storia che, attraverso i loro visi sorridenti, ci insegna che non c'è orrore, non c'è sofferenza, non c'è supplizio che non possa essere vinto con le armi della Fede, della Speranza e dell'Amore fraterno.
Commenti
Anche io sto leggendo Nikolajewka c'ero anch'io. Mio nonno era nel Vestone (Tridentina), con il mio prozio suo fratello. Un altro prozio invece, fratello di mia nonna, Nikolajewka non la vide perché venne catturato dai russi più o meno in quei giorni. E' difficile trovare notizie su di lui, in compenso trovo molte persone bellissime, con in comune il dolore per la morte dei propri cari, in un inferno freddo. Spero che il tuo papà ti abbia insegnato quell'amore per la Pace che solo chi ha visto la guerra può sapere.
Scritto da: Silvia | 24/05/2008
Carissima Silvia, se il tuo prozio era un ufficiale, sicuramente fu prigioniero insieme a mio padre perchè in Russia l'unico campo per ufficiali era Suzdal. Potresti, se non lo hai già fatto, rivolgerti all'U.N.I.R.R per tentare di avere notizie al riguardo.
Mio padre mi ha insegnato tante cose ma soprattutto mi ha insegnato il rispetto per tutti gli esseri viventi, rispetto senza il quale nessuna Pace è possibile.
Un abbraccio e grazie per assere stata qui. Mi farà piacere rileggerti se vorrai.
Un abbraccio
Paola
Scritto da: Ice_Tear | 25/05/2008
Cara Paola,
ti ringrazio per i consigli.
Il mio prozio era un soldato. E' complicata la sua storia, lui pare non sia nell'elenco russo eppure compare in quello italiano, ma so per certo che i russi sanno della sua prigionia. So la data di morte ma non il luogo... insomma è complicato. Ma anche grazie all'UNIRR e a persone che lavorano nelle istituzioni e che hanno cuore, riuscirò nella promessa che feci a mia nonna: gli porterò un fiore.
Un abbraccio a te :-)
Scritto da: Silvia | 28/05/2008
Cara Silvia, sono certa che riuscirai a mantenere la tua promessa perchè chi sa volare può arrivare ovunque voglia e tu, credo, sei una persona che sa volare. Se posso esserti di aiuto in qualche modo chiedi pure, il mio indirizzo lo trovi nella homepage del blog. L'unica cosa che posso al momento dirti è che l'UNIRR, se potrà, sicuramente ti aiuterà nella tua ricerca. Vorrei chiederti: ma sai dove fu prigioniero? in quale campo? e in che arma era? Io ho l'elenco del ministero della difesa di tutti i campi di prigionia e delle fosse comuni. Magari se risci a risalire al luogo della prigionia restringi di molto il campo di ricerca. A disposizione per qualunque cosa io possa fare per te.
In bocca al lupo
Paola
Scritto da: Ice_Tear | 28/05/2008
Cara Paola,
ti ringrazio.
No, non so il luogo di prigionia ed è quello che devo cercare di scoprire.
A sensazione credo sia morto ad Uciostoje, ma non ho dato certi per dirlo, se non una statistica che ho fatto leggendomi tutto l'elenco dei prigionieri e verificando così che la maggior parte dei soldati del suo reggimento morì lì.
Comunque sì, appena posso ti contatto per email, grazie di tutto :-)
Scritto da: Silvia | 28/05/2008
Grazie a te Silvia! E' bello pensare che c'è ancora chi non si arrende e cerca i suoi cari. Purtroppo ne ho viste tante di persone che ai raduni giravano tra i reduci con la foto del loro congiunto disperso per chiedere notizie a chi era tornato. E' un'immagine che non dimenticherò mai. Ti auguro di giungere vittoriosa alla fine di questo percorso.
Un abbraccio
Paola
Scritto da: Ice_Tear | 28/05/2008
Si e' vero,onore a tutti i caduti,ma io ho il mio orgoglio,non cisarei mai andato in russia
male equipaggiato,con scarpe di cartone e pochi viveri,a rappresentare un paese
che impediva agli ebrei di comprare il pane li ghettizzava con la bolla della
stella di Davide,approvava campi di concentramento in nord'Italia,avrei
preferito essere fucilato,o diventare partigiano come Pasolini,piuttosto di
rappresentare una vergogna antisemita alleata di hitler,eppoi non mi va
di fare i conti sui morti,ma gli ebrei sono morti in nove milioni,ed'e' stata
la civilt piu' colpita dal massacro mussoliniano hitleriano,si perche' non
ci dmentichiamo che mussolini firmo una legge contro le razze,non certo io
leggetivi i libri di storia..Non piango gli alpini morti in russia,chi va a fare
una guerra deve pensare che rappresenta 9 milioni di ebrei uccisi con la
convalida dell'allora capo di stato,benito mussolini...
E poi sta nella follia fascista attaccare durante l'inverno un paese come la russia,
giusto per non ricordare le figuraccie in grecia...dove gli italiani pseudo soldati
di un governo ormai in frantumi vennero felicemente abbandonati.
Mi sono stufato delle foibe,e delle memorie scomparse,le foibe vengono guarda caso
riproposte a seguire della giornata della memoria,e c'e' chi persino mette in dubbio
l'esistenza dei campi di concentramento.
La realta,e' che mussolini firmo' un decreto di alleanza coi nazisti,che bruciavano e
seviziavano migliaia di corpi al giorno,e non solo ebrei,ma comunisti,socialisti,gay,
polacchi,partigiani,e chiunque non la pensasse come loro,lor che hanno
fatto morire da cretini migliaia di connazionali per una guerra antisemita.
Raimondo Loriga,poeta,scrittore
Scritto da: Raimondo | 09/06/2008
Caro Raimondo, ti dirò una cosa che forse nei libri di storia non è scritta: La cosa peggiore, peggiore anche della prigionia, per tutti quei ragazzi che tornarono dopo anni in Patria, fu sentirsi dire: ma chi ve lo ha fatto fare? Perchè ci siete andati? Credo che non si possa nemmeno immaginare cosa abbiano provato quegli uomini a sentirsi dire dai " fratelli" italiani frasi del genere. Mio padre fu chiamato alle armi aveva solo 20 anni e della politica non gliene fregava assolutamente nulla, forse nemmeno aveva ancora coscienza di cosa fosse, così come tantissimi altri che con lui partirono per diverse destinazioni. Dire: io mi sarei fatto fucilare...consentimi, in questo caso sei tu che affermi ciò di cui non sai! Solo quando una persona si è trovata di fronte ad un plotone di esecuzione e ha mantenuto fede alla sua dignità può affermare: io non ho ceduto! Dirlo stando seduti dietro una scrivania in un paese non in guerra è fin troppo facile. Quei ragazzi non SCELSERO di andare a fare la guerra... CE LI MANDARONO e ti posso assicurare che nessuno di loro era contro nessuno. Se c'è stata una cosa che mio padre mi ha insegnato nella vita è l'amore verso il mio prossimo chiunque esso sia. Una persona che ha in sè amore per gli altri non potrà mai condividere nè lo sterminio ignobile e folle degli ebrei, nè lo stermino di interi popoli perpetrato dai regimi comunisti.
L'Umanità è UNA! Non ci sono figli e figliastri e di fronte alla follia del potere di pochi, pagata a caro prezzo dai tanti, non si può che gridare il proprio disgusto ma...non facciamo affermazioni che ledano il ricordo di chi, quella follia pagò sulla sua pelle andando verso il baratro con quelle scarpe di cartone che di certo non si erano scelti. Nonostante ciò, furono esempi grandi di Onore, di Coraggio, di Fedeltà alla loro Patria e lo sarebbero stati anche se fossero stati prigionieri in un campo tedesco come molti di loro dimostrarono. Mia nonna diceva sempre: Uccide più la lingua della spada. E' vero! Stiamo attenti, a volte per difendere un colore politico, si uccide la memoria di chi diede la vita non per una causa ma per rispetto della propria divisa, come i tanti, tantissimi militi ignoti che non hanno avuto nemmeno la possibilità di un fiore sulla loro tomba e giacciono ancora, e per sempre, nelle sconfinate distese della steppa. Così come i milioni di ebrei, polacchi, zingari e via dicendo, che furono trucidati dalla follia nazista.Nella morte non c'è classifica; nell'annientamento della persona non c'è classifica. Tutti urlano dalle loro tombe con la stessa, identica dignità. E forse ci urlano: non vi accorgete che proprio la contrapposizione tra diverse fazioni ci ha portato a tutto questo? Non dimentichiamolo e ascoltiamo le grida che ci arrivano dal passato e...impariamo a non essere nemici ma fratelli.
Scritto da: Ice_Tear | 09/06/2008
Raimondo, condivido ciò che ti ha scritto Paola.
Tuttavia ti capisco, perché tu ragioni da persona che sa come sono andate le cose, che "col senno di poi" avrebbe fatto, avrebbe detto...
Nemmeno il prozio Antonio sapeva cosa andava a fare in Russia.
Lui probabilmente nemmeno sapeva dov'era la Russia.
Si doveva partire perché era il proprio dovere, le cose stavano così.
Lo Zio Antonio aveva trent'anni quando partì, morì poco dopo.
Non aveva mai fatto il servizio militare, perché ogni volta che lo chiamavano si accorgevano che qualcuno dei suoi fratelli era già in guerra. Ma ad un certo punto avevano bisogno di gente, cambiarono una legge e presero anche lui.
Nella sua divisione di fanteria, la "Vicenza", ci misero persone con problemi fisici, aviatori, marinai, e richiamati. Tutti in Russia nella neve!
Capisco il tuo discorso, perché tu pensi alla strumentalizzazione dei fatti di qualche fazione politica.
Ti posso dire che per quel che ne so, nessuno mai ha strumentalizzato i nostri caduti di Russia, per il motivo semplice semplice che sono scomodi a tutti.
Ai fascisti, per averceli mandati, ai comunisti, perché dovrebbero affrontare il grave problema della Russia e di Stalin, e non hanno nessuna intenzione di farlo, ai vecchi democristiani, perché per paura di Tito (tenuto buono da Stalin) se ne sono sempre lavati le mani.
Un consiglio: non credere che i soldati siano i cattivi e i partigiani i buoni: la Storia è infinitamente più complicata.
Scritto da: Silvia | 14/06/2008
In genere si dice che la storia è fatta da uomini, ed in parte è vero, visto che ci hanno tramandato a noi generazioni ultime, la storia delle varie guerre, tra cui 15/18, fatta non da uomini, ma da EROI, medaglati e no, ma sempre e comunque degli EROI che hanno combattuto e donato con spirito patriottistico la propria vita alla madre patria, lasciando moglie e figli a piangere , e ne tanto meno riflettendo in quale situazione economica hanno lasciato le proprie famiglie,. vedove che hanno dovuto fare enormi sacrifici per far crescere i loro figli , figli di EROI, dare loro insegnamento dei valori per i quali i loro padri hanno dato la vita. Ma, arrivati a questo punto voglio dire, tutte le generazioni succedute, che tipo di insegnamento abbiamo avuto da questi eroi, cosa avrebbero dovuto insegnarci e cosa ci hanno lasciato in realtà ? quale è l’eredità abbiamo avuto ? Sicuramente eredità pesante, visto che avremo dovuto solcare le loro impronte, almeno quelle morali, crescere con l’onestà dello spirito, la libertà di pensiero, .Insegnamenti molti, ad incominciare dai valori e dai rapporti umani nonché dall’attaccamento alla propria patria, sempre e non solo in occasione di partite di calcio Ed invece guardandomi attorno vedo e comprendo che i sacrifici di tanti EROI sono stati inutili, che le generazioni seguenti non hanno appreso alcun tipo di insegnamento, se non l’arroganza, la presunzione e l’ipocrisia di tanti attuali dirigenti di partiti politici e non . Gli EROI nelle trincee sotto il fuoco nemico col freddo e con la fame si dividevano quel poco che avevano, ed erano felici di farlo, oggi ? dove sono quei valori che ci hanno voluto lasciare, siamo stati forse alunni disattenti ?? certo ed è giusto non bisogna guardare indietro, ma sempre avanti, ma penso se oggi siamo qui, ognuno di noi nelle proprie posizioni sociali e non, lo dobbiamo soprattutto a loro, EROI ,che hanno combattuto per noi. Se è vero, come sicuramente è vero, che la storia insegna ,non ci resta altro, come minimo di alzarci in piedi e lanciare un pensiero degno di grosso rispetto ,di grande passione e di immensa ammirazione per quei VERI EROI. Raimondo ed in questo rispondo a anche a te, se le ultime generazioni fossero cresciute con più dignità, umiltà, carattere e grande rispetto per tutto e tutti, praticamente con un minimo dell’ombra dei valori di quei piccoli uomini, ma GRANDI EROI, oggi anche piccoli eroi fra tutte le forze dell’ordine, avrebbero meno lavoro da fare .Ed infine un pensiero a te, cara amica mia, donna di grande sensibilità, grande valore morale e degna di ogni forma di devozione.
Scritto da: UNO SFARFALLATO | 15/06/2008
Grazie Luigi per il tuo commento che condivido assolutamente e grazie per le belle parole che hai voluto dedicarmi. Le accetto, immeritatamente, con riconoscenza.
Grazie amico mio!
Scritto da: Ice_Tear | 15/06/2008
Sono appena tornata, con mia sorella , da Tambow, dove mio padre morì
nel campo di Uciostoje.
E' stata una cosa emozionanate, io non l'ho mai conosciuto perchè quando partì mia madre era incinta.
Ho letto parole molto critiche e paragoni ingiusti, quando parliamo di morti le distinzioni non servono. I vivi sono differenti e sottoposti a giudizio storico non i morti.
Se leggete il volume I prigion ieri italiani in Russia, uno dei primi studi completi su questi fatti tragici, scritto da Maria Teresa Giusti, vedrete che il trasferimento verso i campi di prigionia e la permamenza in quei campi non ha nulla di meno dell'odissea degli ebrei.
Sono felice di aver fatto questo viaggio e mi poiace pensare al riposo di mio padre in quella grande pianura di boschi piena di silenzio.
Che tutti riposino in pace.
Se volete scrivetemi.
Maria
Scritto da: maria | 18/07/2008
Cara Maria,ho letto solo per caso il tuo commento che condivido assolutamente. I vivi sono molto diversi dai morti. I morti molto spesso sono infinitamente migliori. Ho letto solo per caso il tuo commento e dato che non ci sarò per qualche tempo lasciami il tuo indirizzo email così ti risponderò in privato appena ritornerò. Sai cosa diceva Cagliostro? Diceva: " Per capire una cosa bisogno diventare la cosa stessa",ma questo è una prerogativa delle anime grandi. Tutto il resto è solo aria fritta.Le maschere cadono sempre,prima o poi, e quello che rimane è solo la pochezza di alcuni che si specchia nell'infinito mare dell'arroganza umana.
Oggi più che mai il coraggio e il sacrificio degli uomini del passato sono resi ancor più evidenti dalla viltà e dall'egoismo degli uomini di oggi.
Bisogna farsene una ragione e non mischiarsi con essi.
Paola
Scritto da: Ice_Tear | 18/07/2008
Cara Maria,ho letto solo oggi la tua email mi sono molto emozionata. E' da tanto che faccio ricerche su UCIOSTOJE. Ho uno zio morto nel sudetto lager. Desidererei poter contatare per chiedere notizie di quello che sai, e del viaggio di TAMBOV.
saluti livia
Scritto da: livia | 01/07/2009
Nella ricerca di notizie riguardanti mio zio, Guido Scerbo, morto prigioniero in Russia nel campo 56 di Uciostoje, il motore di ricerca Google, mi ha restituito l'indirizzo del tuo blog.
Intanto ti faccio i miei complimenti per la sensibilità che dimostri, in una epoca in cui le parole: patria, sacrificio estremo, guerra, sono svuotate del loro significato intrinseco.
Trovare qualcuno che ricorda ciò che è stato, mi conforta un poco dalla vacuità della società odierna, si dice che un popolo senza ricordi è un popolo senza radici, ed il tuo blog mette a nudo le nostre radici.
Il motivo per cui ti disturbo è che vorrei avere qualche notizia in più di quelle che mi ha fornito il Ministero della Difesa, che su mio zio scrive:
Soldato di leva classe '21 e lasciato in congedo illimitato il 11/01/1940
Richiamato alle armi il 11/01/1941
Deposito 16° fanteria a Cosenza 12/01/1941
Trasferito nel 216° Battaglione compl. Mobilitato 07/09/1941
Trasferito al 82° Battaglione Fanteria (in territorio di guerra) 12/04/1942
Partito per la Russia con l'armata dello C.S.I.R. 26/05/1942
Tale nell'82° Reggimento di Fanteria Mobilitato 27/05/1942
Ricoverato per malattia 23/06/1942
Dimesso 28/06/1942
Trattenuto alle armi 11/07/1942
Parificato a Catanzaro 15/10/1943
Disperso in combattimento 17/01/1943
Catturato dalle truppe russe venne internato nel campo 56 di Uciostoje Regione di Tambov ove è deceduto il 17/03/1943
Sarebbe bello rintracciare i parenti di qualche caduto del campo 56, e magari se ancora esiste poter leggere qualche lettera di questi ragazzi sventurati.
Nel ringraziarti della collaborazione ti prego di contattarmi per eventuali notizie ai seguenti numeri: xxxxx xxxxxx mail francoscerbo@tiscali.it
Scritto da: Francesco Scerbo | 03/11/2009
Caro Francesco,
prima di tutto ti ringrazio per le tue belle parole. Chi,come me,ha avuto il privilegio e la fortuna di vivere vicino ad un padre come il mio,non può che avere nel cuore e nella mente l'esempio vivente di quanto le parole Patria,sacrificio,guerra,abbiano significato e segnato profondamente l'anima di questi uomini che attraverso il loro esempio ci hanno lasciato una grande eredità. Perdonami se ho cancellato i tuoi numeri dal tuo messaggio ma l'ho fatto solo per discrezione. Li ho comunque memorizzati nell'email. Credo di poterti essere utile nella tua ricerca e quindi molto presto ti chiamerò. Se mi lascerai un messaggio indicandomi l'ora in cui preferisci che ti chiami ne sarò più contenta. Non mi piace disturbare in momenti poco consoni. Sono molto contenta che tu sia qui e spero davvero con tutto il cuore di poterti essere utile. Fammi sapere e...grazie!
Paola
Scritto da: Ice_Tear | 03/11/2009
PS
Il blog è moderato quindi se non vedi subito pubblicato il tuo commento è solo perchè lo devo abilitare io e se non sono al pc ci mette un po' ad essere visibile :-)
Scritto da: Ice_Tear | 03/11/2009
Non mi aspettavo proprio la tua risposta così velocemente, anche perchè pensavo che ci fosse stato qualche problema di invio del file.
Intanto sono io che ringrazio te, per il tuo interessamento e per la tua sensibilità e anche per il tempo che mi dedicherai. Il mio interesse come ti spiegavo è quello di ricostruire nella maniera più dettagliata possibile l'ultimo periodo della sua vita.
Ti allego una richiesta che ho inoltrato all'ufficio toponomastica di Catanzaro,dove descrivo le poche cose che so della vita di questo ragazzo, non fare caso alla ricostruzione storica, l'ho scritta solo con gli elementi che avevo in mano.
Ho ritenuto importante fare la richiesta quando ho visto che hanno intitolato strade e piazze a gente che è morta in latitanza e che si è arricchita rubando nelle nostre tasche, forse mio zio ha maggior diritto, che ne pensi?
Puoi contattarmi quando vuoi, io faccio un lavoro che mi consente di organizzarmi come meglio credo.
Grazie di cuore, Francesco Scerbo.
non potendo mandare allegati la copio di seguito:
Alla cortese attenzione della commissione Toponomastica del comune di Catanzaro.
Cortesi signori, sono a porre alla vostra attenzione la storia di uno sfortunato ragazzo , che ha dimostrato con l’estremo sacrificio il suo valore.
La storia comincia il 18/04/1921 quando davanti la porta di una chiesa di Vibo Valentia viene abbandonato un neonato.
A questo bambino dall’età apparente di giorni 15 come risulta dai documenti, viene imposto il nome di Passarello Guido.
Su richiesta dei miei nonni paterni, Francesco Giuseppe Scerbo e Fulciniti Liberata che in quel periodo avevano avuto già tre figli, venuti a conoscenza della cosa fecero richiesta di affidamento del neonato, che venne prontamente accolta. Per la cronaca mio nonno avrà ancora altri 5 figli dopo di lui.
Il bambino fu allevato amorevolmente da mia nonna e dalle sorelle maggiori.
Già adolescente erano le sorelle a curare il suo aspetto ed il suo abbigliamento, Guido, piuttosto timido, era particolarmente attento al suo aspetto estetico, quando dopo il lavoro si vestiva per uscire.
Nel 1940 l’Esercito lo chiama per il servizio militare, dopo varie destinazioni fu assegnato a far parte dello CSIR, lo sfortunato Corpo di Spedizione Italiana in Russia. Di questo Corpo furono traslocati in Russia 58.800 soldati e ne tornarono solamente 18.000 circa.
1941
10 luglio: da Verona, a mezzanotte, parte il primo convoglio del CSIR: 2.900 ufficiali, 58.800 uomini di truppa, 4.600 tra cavalli e muli, 5.500 automezzi suddivisi in tre divisioni: Pasubio, Torino e Celere, più 83 aerei da osservazione e caccia.
• 5 agosto: a scaglioni, i soldati italiani arrivano nella Moldavia romena, a nord-ovest di Jassy.
• 11 agosto: primo scontro con l'Armata Rossa. Il battesimo del fuoco tocca alla divisione Pasubio.
• 27 agosto: anche i reparti aerei sono impegnati in combattimento.
• 22 settembre: nella battaglia di Petrikova è impegnato l'intero CSIR. In 8 giorni di combattimenti gli italiani hanno 87 morti e 190 feriti.
• 2-5 ottobre: la Celere valica il fiume Dniepr, seguita dalla Pasubio e poi dalla Torino.
• 11 ottobre: le truppe italiane sono a Pavlograd, poi iniziano l'avanzata verso Stalino.
• 17 ottobre: l'Armata Rossa si ritira; entra in azione la cavalleria italiana con i battaglioni Savoia e Lancieri Novara della divisione Celere.
• 23 ottobre: battaglia di Gorlokova e di Rikovo; la cavalleria effettua diverse cariche; la Pasubio il 2 novembre conquista Gorlokova.
• 5 novembre: conquista di Nikitovka; il contrattacco sovietico dopo 6 giorni costringe gli italiani a ripiegare con centinaia di morti e feriti.
• 5 dicembre: tutto il CSIR all'attacco nella vittoriosa battaglia di Chazepetovka. I morti sono 135, 523 feriti, 884 congelati e 10 dispersi.
• 25 dicembre: l'Armata Rossa attacca all'alba; gli italiani ripiegano, poi il 27 dicembre riconquistano le posizioni e il giorno dopo passano al contrattacco. La lotta si conclude il 30 dicembre: le perdite italiane sono state di 168 morti, 715 feriti, 305 congelati e 207 dispersi.
1942
15 febbraio: dall'Italia arrivano il 6º Reggimento bersaglieri ed il 120º Artiglieria motorizzato. Sei giorni dopo arriva anche il battaglione sciatori Monte Cervino. Nei mesi successivi vari combattimenti nella zona di Izium.
• 4 giugno: prima azione di guerra della flottiglia italiana nel mar Nero, composta da sommergibili e MAS. Dopo alcuni promettenti successi, a metà novembre, il formarsi dei ghiacci costringe la flottiglia a rientrare in Crimea ed a cedere gli armamenti alla Marina tedesca.
• 9 giugno: Italo Gariboldi è il nuovo comandante delle forze italiane in Unione Sovietica. Scompare il CSIR e nasce l'ARMIR, formato dall'8. Armata italiana.
• 22 giugno: a Sortanhlati, sul lago Ladoga, arrivano quattro MAS della Regia Marina.
• 24 agosto: il reggimento Savoia Cavalleria va alla carica presso Isbscensky, nel bacino del Don.
• 19 novembre: i sovietici rompono il fronte della 3a Armata romena e della 4a Armata tedesca.
• 10 dicembre: l'8ª Armata italiana, composta da 220 000 uomini e 7 000 ufficiali, è schierata: la densità in linea è di un soldato ogni sette metri.
• 11 dicembre: l'Armata Rossa inizia la battaglia di logoramento contro il II Corpo d'armata italiano (Operazione Piccolo Saturno).
• 16 dicembre: inizia la battaglia di rottura. Entrano in campo i carri armati e l'aviazione sovietica per una manovra a largo raggio. La difesa dell'ARMIR vacilla.
• 19 dicembre: punte corazzate sovietiche raggiungono con una manovra aggirante le retrovie italiane. Il 20 e il 21 i sovietici completano l'attacco. Inizia la ritirata italiana con due colonne, la prima formata dalle divisioni Ravenna, Pasubio, Torino; la seconda da aliquote della Pasubio, dalla Celere, e dalla Sforzesca.
• 24 dicembre: la prima colonna italiana, chiusa nella conca di Arbusovka, rompe l'accerchiamento ma parte della Pasubio e della Torino restano accerchiate a Certcovo. Nella notte del 28 dicembre anche la seconda colonna italiana raggiunge le linee tedesche a Skassisrkaia. Il Corpo d'armata alpino (divisioni Cuneense, Julia e Tridentina) è ancora schierato sul fronte del Don.
Guido, catturato dai nemici fu trasferito nel campo di Uciostoije nella regione di Tambov, dove di li a poco morì di stenti e freddo. Era il 17/03/1943.
Per chi chiede cosa ha fatto di speciale questo ragazzo sfortunato per meritare il suo nome su una via della città che lo ha accolto dopo essere stato disconosciuto dai suoi stessi genitori, posso rispondere che ha “solamente” dato la vita per la Patria, un valore che i giovani di oggi forse non sanno più cos’è.
Francesco Scerbo
Scritto da: Francesco Scerbo | 04/11/2009
Caro Francesco,
ho letto quanto hai scritto e la storia di Guido. Ti aiuterò a ritrovarne spezzoni di vita perchè,come dici tu,è giusto conservare la memoria di questi uomini e la storia del "tuo" Guido mi ha emozionata. Quanta vita,quante speranze,quanta sofferenza dietro quei nomi. Ho volutamente postato tutto il tuo racconto perchè proprio stamattina un'altra persona mi ha scritto un'email. Cerca anch'egli notizie di un suo caro e...meraviglia,anch'egli morì nel campo di Uciostoije solo pochissimi giorni dopo Guido. Si saranno senz'altro conosciuti e quindi invito Massimiliano a scrivere qui se vorrà. Posso darvi in anticipo un buona notizia: c'è una persona che fu testimone oculare di quei giorni e di quegli eventi e fu uno dei pochi a tornare dopo anni di prigionia ed uno dei pochissimi ancora in vita. Poi in privato vi dirò qual è la mia idea sul da farsi :-)
Un abbraccio
Scritto da: Ice_Tear | 04/11/2009
Salve, cerco notizie di mio Zio che porta il mio nome Sebastiano Fazzino classe 1921 proveniente da Palazzolo Acreide, Siracusa Sicilia, so che è morto a Uciostoje il 13-3-1943, se qualcuno ha anche una piccola notizia gli sarò eternamente grato.
Scritto da: sebastiano fazzino | 05/03/2011
Ciao Sebastiano,
tuo zio era negli alpini? Dai documenti del Commissariato Generale del Ministero della Difesa mi risultano deceduti nel campo n° 56 di Uciostoje 4.344 italiani,tutti appartenenti al Corpo d'Armata Alpino. Se così fosse potresti rivolgerti alla loro associazione per vedere se qualche reduce,ammesso che ce ne siano ancora in vita,può darti notizie. Intanto faccio un'altra ricerca su altri documenti per vedere se c'è qualcosa su tuo zio.
Scritto da: Ice_Tear | 05/03/2011
Buongiorno, cerco notizie di uno zio disperso in Russia. CAMERIN GUERRINO nato nel 1921 e morto nel 1942.
Grazie infinite,
Linda
Oderzo (Treviso)
Scritto da: Linda Drusian | 25/07/2011
Cara Linda, purtroppo solo un nome rende quasi impossibile la ricerca. Dovresti dare maggiori riferimenti del tipo: in che Corpo era? Che grado aveva? Da quale luogo giunsero le sue ultime notizie? Insomma...tutti i riferimenti che ti è possibile dare. Ti sei rivolta alla Onorcaduti del ministero della Difesa? Se non lo hai fatto, prova. Attraverso loro a volte è possibile avere maggiori informazioni. Se hai ulteriori onformzioni su tuo zio,scrivimele e vediamo cosa si può fare.
Un abbraccio
Ice_Tear
Scritto da: Ice_Tear | 25/07/2011
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