La morte non è niente

Henry Scott Holland “La morte non è niente”

La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto. Io sono sempre io e tu sei sempre tu.

Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora. Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste. Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme. Prega, sorridi, pensami! Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza. La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo. Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata. Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.

 

 

I sopravvissuti

Da quel giorno non se n’è mai più andato. Mi è rimasto dentro. Da quel 12 novembre quando respiro qualcosa di simile rivedo le immagini tornare. Sono una processione. Un incubo ricorrente. Arriva l’odore e poi arrivano loro.Sempre assieme. Sempre le stesse. Tutte in fila dietro a quel lezzo. Vedo quell’asinello tranciato in due dall’esplosione. Vedo la sua carcassa appena oltre il ponte. Mi ritrovo tra le macerie. Mi rivedo sull’orlo di quella voragine. Sai cos’è una un baratro di due metri? È tanta roba. Troppa roba. Soprattutto se sai che lì dentro son finite le vite dei tuoi amici. E io lo sapevo. Solo quando ho visto quel buco nero ho capito che non sarebbero mai più tornati».

Il caporal maggiore capo Mattia Piras oggi ha 34 anni. Da dieci è il simbolo vivente della strage di Nassirya. Il militare con una mano sull’elmetto ed il mitragliatore abbassato. Il militare che scruta impotente quel baratro davanti alle rovine spettrali della palazzina sventrata dal camion bomba è Mattia. «Quella foto mi insegue da dieci anni. Quando l’hanno scattata non me ne sono neppure accorto. In quel momento avevo altri pensieri. Pensavo al tenente Massimo Ficuciello e al Maresciallo Silvio Olla. Erano i miei due compagni di scrivania dell’ufficio Pubblica Informazione. Quella mattina toccava a loro alzarsi presto e accompagnare ad Animal House il regista Stefano Rolla e il suo collega Aureliano Amedei quello che sopravvisse e fece il film delle Venti sigarette. Quando mi hanno scattato quella foto scrutavo il baratro e pensavo ai loro volti. Sapevo già che non li avrei più rivisti. Sapevo che erano stati inghiottiti, triturati da quell’inferno nero. In quel momento facevo i conti con la loro morte. In quel momento respiravo l’orrore che m’invadeva lo stomaco e mi rovesciava le budella. Poi piano piano quella foto è diventata più grande di me. Più grande di quel che vedevo. Più grande di quel che vivevo. Ma non me ne accorsi subito. In quei giorno io e gli altri sopravvissuti non avevamo tempo per riflettere. Lavoravamo e dormivamo. Vivevamo una specie di sogno irreale. La foto me la fece vedere mia madre, qualche settimana dopo, quando rientrai a casa. Quando la vidi non ci potevo credere. Era arrivata perfino sulle pagine di un Newsweek in arabo. Ed io invece non la sapevo nemmeno raccontare. Davanti a quella foto arrivata ovunque, io non riuscivo a spiaccicar parola. Per me era, resta ancora oggi, l’istantanea in cui si condensa la perdita di due amici e degli altri colleghi divorati da quel girone infernale».
Mattia si ferma per un attimo. Al telefono senti la sua voce contrarsi serrarsi in un singhiozzo trattenuto a stento. «Quel pomeriggio quando guardavo quell’inferno rivedevo Silvio che la sera prima mi raccontava i suoi progetti, mi spiegava la sua voglia di tornare e metter su casa. Risentivo le battute di Massimo. Quella sera erano le 23 e 30 e io dissi ragazzi è tempo di andare a dormire perché domani voi incominciate molto presto. Quel pomeriggio, quando un fotografo sconosciuto scattò quella foto, guardavo quel baratro nero e mi ripetevo che quella sera la vita di Massimo e Silvio era già quasi finita».

 

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«Torna sempre in mente il fragore dell’attentato e vedo il muro che mi esplode in faccia. Oltre alle lesioni fisiche, dieci anni dopo la strage di Nassirya, ti porti dentro una ferita invisibile e non riesci neppure a parlarne» racconta il luogotenente in congedo dei carabinieri Vittorio De Rasis, caricato insanguinato su un pick up iracheno con mezzo naso staccato.A lui come agli altri 27 feriti ufficiali del più pauroso attentato ai militari italiani dopo la seconda guerra mondiale è stato riconosciuto lo stress post traumatico da combattimento. Una serie di disturbi che colpisce chi è stato in prima linea, flashback, scatti d’ira, difficoltà ad addormentarsi e altri traumi legati alla guerra. 

«Pochi giorni prima del decennale, assieme ad altri feriti di Nassiryah, ero ad Udine. Ad un certo punto sento uno scoppio, forse la carburazione difettosa di un’automobile. Sono scattato come una molla e ho rivisto in un attimo il flashback del 12 novembre – spiega De Rasis – Ho difficoltà di concentrazione. Nei primi tempi avevo ripetuti scatti d’ira e ancora oggi, ogni 3-4 giorni, devo andare a vedere le foto della strage sul computer».
Al brigadiere in congedo, Cosimo Visconti, avevano dato l’estrema unzione: «Per voi sono dieci anni, ma per me è come se fosse ieri. Sono stato colpito al petto ed il sangue mi usciva dalla bocca e dalla ferita. Non riuscivo a respirare e avevo la faccia tutta insanguinata. Per anni anche l’acqua della doccia sul viso mi dava un senso di soffocamento e dovevo tenere le ante aperte. Non riesco ad andare ad un concerto per il rumore. Il caos mi ricorda l’esplosione. Se a Natale qualcuno stappa una bottiglia di spumante mi tornano i sudori freddi». Per Riccardo Saccottelli le ferite psicologiche restano aperte: «Se non dormi per giorni, se sogni un campo di fiori ed improvvisamente vedi una testa mozzata, se senti degli odori forti ti torna alla mente l’attentato vuol dire che Nassiriya non ti lascerà mai» racconta il maresciallo, che era di guardia all’ingresso della base Maestrale.
La ferita invisibile del Ptsd, «disordine da stress post traumatico», è stato per lungo tempo un tabù nel mondo militare italiano. In realtà fin dalla prima missione in Libano del 1982 solo fra aprile e luglio 1983, 28 militari di leva erano stati esaminati ed 11 rimpatriati per disturbi di natura psichiatrica. «Possiamo presupporre che rientriamo nella media europea, attorno al 3% di possibili casi di stress post traumatico riferendosi come campione ai reparti più operativi» osserva con il Giornale, il colonnello psichiatra Filippo Di Pirro. Per Nassiryah ai 19 feriti ospedalizzati ed un’altra decina di militari è stato riconosciuto il Ptsd, 8 carabinieri sono stati congedati solo per lo stress post traumatico saltato fuori tempo dopo l’attentato. Può capitare, anche se due di loro vennero ritenuti abili per una missione in Bosnia ed un’altra in Iraq.
Negli ultimi 10 anni 260 militari sono stati evacuati dai teatri operativi per sospetti problemi psichiatrici. In 107 non hanno presentato sintomi di rilievo. Ad una settantina è stato diagnosticato un disturbo da stress, anche se non grave. Per 65 militari sono stati riscontrati problemi psichiatrici di vario genere. Secondo il ministro della Difesa, Mario Mauro, dal 2007 al 2011 i casi censiti di Ptsd sono 32, ma il dato è sottostimato. Il numero di suicidi nelle forze armate dal 1996 ad oggi è di circa 20 all’anno per un totale di 398 militari che si sono tolti la vita. Il ministro ha riferito di quattro soldati che si sono tolti la vita per motivi legati alle missioni: due in Iraq e due in Aghanistan. Nel paese al crocevia dell’Asia e nei periodi caldi a Nassiriya sono stati impegnati circa 20mila uomini in prima linea. É realistico pensare che lo stress post traumatico da combattimento abbia potuto riguardare almeno 600 uomini.
R.E. traumatizzato dall’Afghanistan ogni notte, quando si spengono le luci e cala il silenzio, rivedeva la scena del mezzo che saltava in aria.
L’unico modo per prendere sonno era tenere la tv accesa. Un altro veterano, quando la compagna è fuori città, preferisce dormire in caserma, altrimenti viene assalito da incubi. A Nassiriya, un militare impegnato per ore in uno scontro a fuoco, una volta tornato in Italia ha lasciato le forze armate: «Quella scena mi è rimasta dentro e non avrei più potuto riaffrontarla neppure mentalmente». Anche i generali a volte cedono. Ad Herat, durante un’intervista a chi vi scrive, un comandante del contingente italiano è scoppiato a piangere come un bambino parlando di un suo ufficiale ferito. 
Spiega un addetto ai lavori: «C’è gente che da Nassiriya o dall’Afghanistan non è mai tornata».

Fonte: il Giornale.it del 12-11-2013

 

Il tuo sorriso

Toglimi il pane, se vuoi,

toglimi l’ aria, ma

non togliermi il tuo sorriso.

Non togliermi la rosa,

la lancia che sgrani,

l’ acqua che d’ improvviso

scoppia nella tua gioia,

la repentina onda

d’ argento che ti nasce.

Dura è la mia lotta e torno

con gli occhi stanchi,

a volte, d’ aver visto

la terra che non cambia,

ma entrando il tuo sorriso

sale al cielo cercandomi

ed apre per me tutte

le porte della vita.

Amor mio, nell’ ora

più oscura sgrana

il tuo sorriso, e se d’ improvviso

vedi che il mio sangue macchia

le pietre della strada,

ridi, perchè il tuo riso

sarà per le mie mani

come una spada fresca.

Vicino al mare, d’ autunno,

il tuo riso deve innalzare

la sua cascata di spuma,

e in primavera, amore,

voglio il tuo riso come

il fiore che attendevo,

il fiore azzurro, la rosa

della mia patria sonora.

Riditela della notte,

del giorno, delle strade

contorte dell’ isola,

riditela di questo rozzo

ragazzo che ti ama,

ma quando apro gli occhi

e quando li richiudo,

quando i miei passi vanno,

quando tornano i miei passi,

negami il pane, l’ aria,

la luce, la primavera,

ma il tuo sorriso mai,

perchè io ne morrei.

 Pablo Neruda

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Il settimo gnocco

“-E tu che cerchi?-

-Il mio cavallo!-

-Sei proprio sicuro?-

-Certo!-

-Figlio mio,le vie del Signore sono tante. Oggi perdi una cosa perché magari domani ne devi trovare un’altra-.

-Fratello,che volevate dire prima? A me manca solo il cavallo-

-Questo te pare a te-

-E che mi manca allora? Ditemelo!-

-Tante cose. Una moglie,per esempio-

-Volete darmi moglie anche voi?-

-No,io no!Però io lo so perché tu non ti decidi mai. Quella che può piacere a te deve tenere un carattere brutto assai. Proprio come il tuo-

-Io faccio sempre quello che voglio. Sono abituato così-

-Sempre? Tieni,prendi questa farina così vediamo se sei capace di fare sempre quello che vuoi. Quando ti viene fame dai la farina a qualcuno e fatti fare sette gnocchi e se riesci a mangiarli tutti e sette vuol dire che io ho torto-

-E perché dovrebbe essere difficile mangiare sette gnocchi?-

-E’ difficile! E’ difficile!-“

Da qualche giorno guardo e  riguardo questo film. Mi fa sorridere. I due protagonisti,il loro primo incontro…sembriamo io e te la prima volta che ci incontrammo. Li guardo e mi sembra di vedere noi. Due “brutti caratteri”,due “cape toste”. Nemmeno tu riuscisti a mangiare il tuo “settimo gnocco” ma proprio per questo capimmo che tu eri l’unico per me e io l’unica per te. Adesso farei qualunque cosa pur di vederti mangiare il settimo gnocco.